PD: UNO, DUE TRE…QUATTRO

PD: UNO, DUE TRE…QUATTRO

I vincitori sono evidenti M5S e Lega, altrettanto evidente il grande sconfitto, il PD. Penso che questa sconfitta, così clamorosa, possa essere più utile all’area del centrosinistra di una mezza sconfitta attorno a un 23/24% che avrebbe dato ancora l’illusione di potere contare e non la consapevolezza della attuale irrilevanza politica. Nel giro di 11 anni il Pd ha cambiato tre volte la propria identità.
Nasce nel 2007 sotto la leadership di Veltroni come partito moderno a vocazione maggioritaria, in grado di governare in un sistema fortemente bipolare, che –come ha detto Veltroni al Lingotto- “nasce dalla confluenza di grandi storie politiche, culturali, umane […] ma non è la pura conclusione di un cammino” in quanto, ciò di cui “l’Italia ha bisogno è un partito del nuovo millennio. Una forza del cambiamento, libera da ideologismi, libera dall’obbligo di apparire, di volta in volta, moderata o estremista per legittimare o cancellare la propria storia. Un partito che non nasce dal nulla, e insieme un partito del tutto nuovo” che unendo “le culture e le forze riformiste del nostro paese sappia superare la parzialità e l’insufficienza di ognuna di esse”.
Una delle condizioni perché il Partito democratico divenga il partito nuovo viene individuata allora da Veltroni nel modo di agire di chi comporrà questo partito, specialmente nell’agire di coloro che hanno militato nei partiti di origine: “Ogni giorno che passerà farà circolare e mescolare un po’ di più le nostre idee, le nostre convinzioni, il nostro modo di guardare al di fuori di noi stessi. Bisogna incrociare le storie e aprirsi. Bisogna arrivare ad una “indistinguibilità” organizzativa di ciascuno. Il Partito democratico non sarà un partito di ex. Sarà, finalmente, la casa dei “democratici”. La più bella definizione di sé che un essere umano possa dare”. Sappiamo che questo partito è rimasto, nella migliore delle ipotesi, a metà del guado e dopo la sconfitta al 33% nelle elezioni politiche del 2008 e alcune sconfitte in elezioni locali, Veltroni si dimette.
Le primarie vengono vinte da Bersani e per la seconda volta un politico di lungo corso è alla guida di un partito nuovo. Rispetto a Veltroni, il percorso di Bersani si qualifica più sul versante amministrativo che non su quello partitico, in particolare sul versante amministrativo di tradizione emiliana, che si pensava rappresentasse un marchio di garanzia non solo per gli elettori del centrosinistra. Al momento della nomina, Bersani evidenzia, in primo luogo, l’abbandono di alcuni elementi identitari che avevano caratterizzato i primi due anni di vita del Pd: l’accentuazione di una maggiore polarità attorno ai valori cattolico-popolari e socialisti, a discapito di quelli ecologisti e, soprattutto, liberali; la preferenza per i modelli della tradizione socialdemocratica europea; il passaggio da una vocazione maggioritaria in un contesto di forte bipolarità a un partito dell’alternativa, alleato con le forze di opposizione a Berlusconi (un classico della tradizione di centrosinistra degli ultimi due decenni!).
Alle elezioni del 2013, dopo avere vinto le primarie contro Renzi nel novembre 2012 e portato un milione e duecento mila persone a votare il 29 e 30 dicembre seguente per scegliere il 90% dei candidati, porta il Pd al 25% e la coalizione a sfiorare il 30%, a pari merito con un Centrodestra a trazione berlusconiana con il Popolo della Libertà a oltre il 21% e la Lega Nord bloccata al 4%. Clamorosa è l’irruzione del Movimento 5 Stelle con quasi il 26% dei voti grazie soprattutto alla campagna di Grillo che inizia nell’aprile del 2012 e che dura ininterrottamente fino al febbraio 2013.
Lo schema bipolare imperfetto della Seconda repubblica si incrina e non tutti i politici ne prendono atto.
Poi con Renzi il Pd cambia di nuovo identità e dopo il successo clamoroso alle elezioni europee nasce il cosidetto Partito della Nazione, che è contestato dalle componenti interne del Pd che rimangono feroci e inutili più di quelle della Prima repubblica. Letta, Renzi, Gentiloni passando per la disgraziata personalizzazione del Referendum che ha messo una pietra tombale sulla esperienza genziana. Con questi precedenti il Pd si è presentato alle elezioni di domenica scorsa e ha riproposto l’andamento delle ultime due tornate, perdere non meno di 5-6 punti percentuali ogni volta. Come è accaduto in precedenza ci sarà la volontà di cambiare leadership e forma partito, rischiando, la prossima volta, di arretrare un altro 5% e di scomparire.°
In una situazione in cui ormai da anni l’elettorato è volatile, pragmatico e disposto a votare di volta in volta il partito che sembra in grado di rispondere positivamente alle proprie domande (non a caso è possibile tra un turno e il successivo quadruplicare i voti, come ha fatto la Lega, o presentarsi per la prima volta e raggiungere il 26% come ha fatto M5S) è necessario fare una riflessione strategica sui valori fondanti del partito (di tutti i partiti) sulle progettualità, sui modi di essere con e accanto ai cittadini e ai propri elettori attuali e potenziali. In una parol, ripensare radicalmente la propria identità in una situazione in cui i modi di interpretare i valori e le categorie concettuali da utilizzare sono radicalmente cambiate.
La memoria va alla crisi del Partito Laburista quando alle elezioni del 1983, al termine del primo mandato di Margaret Tatcher, scese a 8 milioni e 500.000 votanti, distanziando i liberal democratici di soli 700.000 voti. La riflessione del Labour partì dalla constatazione che i propri tratti identitari – a livello valoriale, politico e simbolico – venivano percepiti dalla grande maggioranza degli elettori come superati, inadeguati e retaggio di un passato oramai finito.
Prima Neil Kinnock, poi John Smith e Tony Blair nel 1994 portarono avanti quel processo di revisione radicale nel passaggio dal Labour al New Labour che lo trasformò in un partito di governo, sotto la leadership di Tony Blair, dalla vittoria del 1997 con il 43% dei voti a quelle del 2001 e del 2005.
Ovviamente il modello del New Labour non è proponibile oggi, ma il metodo e la pazienza sì. Il Partito Laburista ha impiegato 14 anni per ridefinire in maniera credibile per gli elettori la propria identità. Nella situazione italiana, così diversa, forse non è necessario attendere tanto tempo ma è sicuramente necessaria una radicalità nelle scelte di una nuova classe dirigente (oggi difficile da individuare) e una nuova identità che parta da alcuni tratti identitari forti, come potrebbe essere un riradicamento nei territori e una riattualizzazione della interpretazione di alcuni valori fondanti di base.

PRE POST FAC – IRONIA DELLA POLITICA

PRE POST FAC – IRONIA DELLA POLITICA

C’è chi dice che la post-politica abbia creato una nuova figura: il post-candidato pre-dimissionario o pre-dimissionato.
Allo Speakers’ Corner di Hide Park, a Londra, chiunque può diventare oratore e parlare sui temi più diversi rivolto a chi vuole ascoltare. Non bisogna essere oratori come Marx, Lenin e George Orwell, che pure si sono esibiti allo Speakers’ Corner, per avere un pubblico di uditori, spesso polemici.
Ogni città ha il suo Speakers’ Corner, talvolta sono angoli di piazze, altre volte gli interni di bar o altri spazi pubblici.
Vagando in questi giorni tra piazze e bar sono emersi diversi stili di orazione sui contenuti della politica nelle imminenti elezioni.
Alcuni temi e modi sono quelli della propaganda esplicita per un partito, altri dell’attacco contro certi partiti, ma soprattutto contro certi candidati, altri ancora sono gli oratori del “io non sono…ma” e poi giù una sequela di giudizi negativi sugli immigrati, gli omosessuali, i barboni, chi non fa le multe e chi fa le multe, chi telefona con il cellulare, chi si scorda il cellulare a casa e così via.
Quest’anno nei discorsi sulla campagna elettorale serpeggiano commenti che condividono sorpresa per alcune stranezze.
Con un tono ironico, per esempio, ho sentito parlare di teatro dell’assurdo o del paradosso a proposito di candidati dimissionari o dimissionati o dimissionabili. In effetti, se riflettiamo bene, è una novità che alcuni candidati abbiano già dichiarato le proprie future dimissioni oppure che siano già stati dimessi da chi li ha presentati. Senza entrare nel merito politico della questione è effettivamente un sentimento nuovo quello dell’elettore che voterà per una lista il cui candidato non fa di tutto per convincerti a votarlo ma ha già dichiarato che si dimetterà o che la lista che rappresenta lo ha già dimissionato o che pur se dimissionato dalla lista dichiara che non si dimetterà. Ecco perché alcuni sostengono, con ironia, che la post-politica abbia creato il post-candidato pre-dimissionario o pre-dimissionato. Per non parlare, in tema di assurdo, del candidato non-candidabile onnipresente sugli schermi.
Altri sentono la “nostalgia della carta”. Senza tornare alle elezioni degli anni ’50 in cui i volantini costituivano il tappeto delle strade più trafficate serpeggia nostalgia per le grandi bacheche che tappezzavano le strade, oggi sempre meno numerose, e per i muri sui quali di notte gli attacchini dei partiti ricoprivano i manifesti degli avversari in un processo che andava avanti finche il peso dei manifesti non li faceva cadere scrostando il muro. C’è nostalgia anche per la buchetta della posta intasata dai programmi e dalle facce dei candidati. C’è chi, pur essendosi sempre lamentato della tanta carta che i partiti ti mandavano, si sente oggi abbandonato e con espressione triste e sconfortata dice che aspetta almeno il fac simile della scheda. “Se non mi mandano neppure questo, non vado a votare”. Alla faccia della politica 2.0.

Photo credits: Foto dell’Autore. Kazimir Malevic Ricostruzione dei costumi per l’opera Vittoria sul Sole (1913) Mostra REVOLUTIJA da Chagall a Malevich da Repin a Kandinsky a MAMbo – Museo d’Arte Moderna di Bologna (12.12.2017 – 13.05.2018).

 

COSTRUIRE E DECOSTRUIRE  L’AGENDA POLITICA

COSTRUIRE E DECOSTRUIRE L’AGENDA POLITICA

Il controllo delle priorità su cui si incentra la campagna elettorale, sia sul piano dei programmi, sia su quello dei candidati, è fondamentale: i media e le campagne influenzano le priorità degli elettori che a loro volta tendono a valutare i candidati e i programmi sulla base degli argomenti trattati dai media (Grandi e Vaccari Come si vincono le elezioni Carrocci).

Le campagne elettorali cercano dunque di influire, attraverso i media e la comunicazione diretta dei partiti, sulle priorità degli elettori e sui loro criteri di giudizio, anche se sono limitate da tre fattori: l’orientamento preesistente dell’opinione pubblica; le caratteristiche del candidato, che tenta di attirare l’attenzione sugli argomenti sui quali è percepito più competente e gli eventi esterni, che possono spostare l’attenzione su questioni e tratti diversi da quelli enfatizzati dai candidati, come nel caso di crisi ed emergenze.
Anche in questa campagna elettorale i partiti e i candidati concentrano i propri messaggi solo sulle proposte e sui tratti personali che li possono avvantaggiare differenziandoli in maniera positiva dagli altri.
Chi si candida ha interesse a enfatizzare un certo argomento quando gli elettori approvano il suo operato in quell’area, concordano con le sue proposte e ritengono quel problema rilevante.
Chi si candida ha anche l’obiettivo di fare in modo che l’agenda politica che definisce le priorità della campagna elettorale coincida il più possibile con quanto da lui o lei proposto.
L’agenda politica è oggi sbilanciata dalla parte della coalizione di centrodestra perché, come è avvenuto già parecchie volte dal 1994, la percezione di assenza di sicurezza, la paura degli stranieri e, in positivo, “prima gli italiani” sono temi condivisi da un largo numero di elettori e rafforzati da eventi di cronaca significativi.
I temi legati ai risultati positivi dei governi degli ultimi anni e alla dimostrazione di sapere governare sono, ovviamente, quelli di chi ha governato –nel nostro caso il centrosinistra- e sono oggi condivisi da una parte oggi minoritaria di cittadini, anche perché sui media è prevalso in generale il giudizio “si, ma … si poteva fare di più”. Considerato che sempre si può fare di più sono temi che rischiano di perdere la loro forza attrattiva.
Il M5S rimane ancorato alla priorità che lo ha caratterizzato dalla nascita: la diversità dai partiti che sono tutti complici del sistema politico corrotto e inefficiente che abbiamo. La condivisione di questa priorità è elevata e stabile.
E’ un modo schematico ma non rozzo di considerare la campagna elettorale attuale: da un lato, la battaglia del centrosinistra per modificare l’agenda politica, dall’altra, quella del centrodestra per rafforzarla.
Vi sono ancora margini di manovra, considerato il numero degli indecisi.
Assisteremo quindi ad attacchi e contrattacchi per riposizionare la percezione dei vari schieramenti. Il centrosinistra –che si è presentato come “Forza tranquilla”, riprendendo lo slogan di un vincente Mitterand- dovrà darsi una iniezione di dinamismo e concentrarsi su pochi e condivisi risultati, da un lato, enfatizzare il rischio di dare l’Italia in mano a estremisti (schiacciando a destra il centrodestra e mostrandone le contraddizioni) o a incompetenti (accentuando le ingenuità e gli errori dei cinquestelle).
Il centrodestra dovrà fare credere irrilevanti le proprie contraddizioni interne (per certi versi simili a quelle della coalizione vincente, durata sei mesi, nel 1994) e se possibile utilizzarle per allargare il bacino elettorale, enumerare i limiti e gli errori dei provvedimenti dei governi di centrosinistra e demonizzare come pericolosi incompetenti i candidati pentastellari.
Il M5S dovrà, da una lato, difendere la propria diversità epurando con immediatezza chi “ha tradito il movimento”, consapevole che è un argomento entrato nella agenda elettorale, e dall’altro, rassicurare gli elettori che la governabilità non può essere frutto di inciuci pre-elettorali ma della capacità di elaborare un programma aggregativo da parte del partito di maggioranza.
L’agenda elettorale ha una sua rigidità, in quanto frutto della stratificazione delle priorità nel tempo, ma presenta anche alcune possibilità di venire modificata durante la campagna elettorale se vengono individuati i suoi punti di debolezza.

Photo credits: Foto dell’Autore. Museo Civico Medievale Bologna