POLITICA. LA POSTA IN GIOCO E’ IMPORRE COSA E COME

POLITICA. LA POSTA IN GIOCO E’ IMPORRE COSA E COME

L’obiettivo dei leader politici è non solo imporre le proprie priorità alla società, ma soprattutto imporre il proprio punto di vista nella definizione pubblica dei problemi attaccando, ridicolizzando, distorcendo, prevaricando, se necessario, le argomentazioni degli avversari.

Questo è evidente in tutti i paesi. La particolarità dell’Italia è che avviene, soprattutto, all’interno del governo dove i due vice presidenti del Consiglio sono in competizione tra loro per fare prevalere agende e frame diversi.

La comunicazione dei media e sui media (da quelli tradizionali a quelli digitali) ha infatti due effetti politici importanti.

Influisce sulla definizione dell’agenda politica, ossia sulla selezione delle priorità.

Influisce sul frame, ossia sul modo in cui i problemi vengono trattati e sugli schemi cognitivi che noi cittadini/elettori attiviamo quando riflettiamo su questi problemi.

Se ne parla da tempo.

George Lakoff ha affermato, già all’inizio degli anni 2000, che la comunicazione politica è principalmente una battaglia per la definizione del framing, ossia della cornice con cui gli argomenti vengono trattati. Il frame è frutto di una interazione tra media, politici e cittadini. Il politico che riesce a imporre il proprio frame è il politico che sarà più votato in quanto considerato il più adatto a risolvere i problemi che sono percepiti così come li ha descritti.

In politica c’è sempre più di un modo di affrontare un problema. Imporre il proprio punto di vista, ossia il proprio frame, è decisivo nella battaglia quotidiana di dichiarazioni, tweet, comparsate televisive, presenze sul territorio.

Quali sono i passaggi per affermare un frame?

Definizione del problema. Si determina il problema e quali siano i benefici e i costi di una certa politica pubblica e, soprattutto, come questi siano distribuiti all’interno della popolazione, indicandone i beneficiari e chi viene danneggiato. L’immigrazione può essere considerata come una questione di ordine pubblico oppure un’opportunità per creare ricchezza; una “invasione” da parte di persone diverse per cultura e abitudini oppure una necessità legata alla globalizzazione; si può sostenere che gli immigrati “portano via lavoro agli italiani” oppure che accettano occupazioni che gli italiani rifiutano. Lo sviluppo delle multinazionali del digitale come Google o Facebook può essere considerato un allargamento delle nostre possibilità e libertà oppure una nuova e pericolosa forma di controllo. Si può parlare dell’ambiente come di un fatto estetico, una risorsa economica per il turismo, un lascito alle generazioni future o un costo per le imprese.

Individuazione delle cause. Le ragioni della crisi finanziaria globale possono essere individuate nell’eccessiva regolamentazione dei mercati o nella eccessiva deregolamentazione. Il bullismo nelle scuole può essere attribuito alla negligenza delle famiglie che si allontanano dai valori tradizionali, al degrado nella morale individuale dei giovani che trascorrono il proprio tempo sui social o all’indebolimento dell’istruzione pubblica. I crimini commessi con armi da fuoco possono essere ricondotti al numero eccessivo di armi in circolazione oppure all’irresponsabilità di pochi individui che ne abusano.

Indicazione dei responsabili dei problemi. La responsabilità cambia se si riesce a dimostrare che si tratta di problemi di sistema, e in questo caso la risposta sarà politica, oppure problemi individuali e congiunturali, per i quali il rimedio più appropriato fa riferimento alla sfera sociale, culturale e personale. Di solito infatti tendiamo a interpretare i problemi in due modi. Il primo si concentra sulle responsabilità degli individui: “i poveri non hanno la determinazione necessaria per vivere nella società di oggi”. Il secondo pone l’accento sulle influenze ambientali: “i poveri non riescono a uscire dalla loro condizione perché vivono in contesti che vanificano i loro sforzi”. Quando prevale il primo tipo di framing, il ruolo della politica e dello stato è visto come secondario, anzi spesso ingiustificato e dannoso. Quando al contrario si afferma il secondo, i cittadini ritengono utile un intervento governativo, anche se comporta costi. Il dibattito sui risultati del Reddito Garantito sfiora questi due modi di individuare le responsabilità. “Una volta che otterranno il reddito garantito non faranno nulla per cercare lavoro!” “Il reddito minimo è uno stimolo per la ricerca di lavoro!”

Formulazione di giudizi morali. Una volta individuati i responsabili di un problema, si afferma che il danno da essi causato non è tollerabile e deve quindi essere rimosso. In questa fase si identificano quindi come nemici i soggetti a cui viene attribuita una valenza morale negativa. Gli scafisti che trasportano i clandestini, le Ong che aiutano i clandestini o i clandestini stessi che cercano di entrare in un paese violandone le leggi? Le famiglie che trascurano i figli o i governi negligenti verso la scuola? Gli insegnanti poco professionali e demotivati o le politiche che li hanno mortificati? I leader di paesi stranieri che massacrano le loro popolazioni o l’arroganza dei paesi occidentali che vogliono intromettersi nel destino di altre nazioni? Gli evasori fiscali o i burocrati del fisco che vessano i cittadini onesti?

Suggerimento di soluzioni. Se anche la definizione delle cause dei problemi ne prefigura i rimedi, esistono ancora alcuni margini di manovra.

Ad esempio, si possono ridurre le tasse sul lavoro o quelle sugli immobili. Si può aumentare il gettito fiscale con un innalzamento delle aliquote o con un condono. Si può presentare la regolamentazione dell’eutanasia come un’intrusione dello stato nella sfera di autodeterminazione dei cittadini o come un intervento necessario delle istituzioni per tutelare valori non negoziabili.

Per fornire ai cittadini il quadro completo che li può portare a preferire specifiche soluzioni politiche, e renderli quindi più consapevoli delle scelte, sarebbe necessario risalire a ritroso. Dalle soluzioni ai colpevoli, dai colpevoli alle cause, dalle cause alla definizione del problema.

Ma i tempi digitalizzati della politica e la logica dei media non facilitano questo processo. Il dibattito è infatti incentrato sulle soluzioni che si contrappongono le une alle altre con una retorica discorsiva ad effetto immediato che di fatto occulta il confronto sulla definizione dei problemi che le soluzioni proposte dovrebbero risolvere.

Alice nel Paese delle Meraviglie su Instagram

Alice nel Paese delle Meraviglie su Instagram

Insta Novels. Il nuovo modo di leggere i classici della letteratura. Ad Alice nel paese delle meraviglie di Lewis Carrol seguirà Le Metamorfosi di Franz Kafka. Da anni, oramai, in ambito culturale si parla di audience developement. Ossia come avvicinare i non-pubblici dei musei, del teatro, della lettura per renderli pubblici attivi. La New York Public Library ha pensato di utilizzare un canale social di grande successo come Instagram, con i suoi 400 milioni di utilizzatori. Grande è la sorpresa di trovare accanto alle immagini di vacanze e di viaggi, di cani e gatti, di tavolate addobbate di cibi esotici un intero libro da leggere.

 

 

Alice nel paese delle meraviglie possiamo sfogliarlo andando in questo istante su Instagram e digitando su “Cerca” le lettere nypl.

L’avete fatto?

Premete i due bottoni (Alice part 1 e Alice part 2) che mantengono a disposizione il testo anche dopo la scadenza delle 24 ore di Instagram e iniziate la lettura, preceduta e intervallata da animazioni sonore e video. Anche il bottone in basso a destra che premiamo per voltare le pagine si trasforma. Da serratura che ingloba un occhio a orologio da tasca, a teiera che riempie una tazza di tè. Tutti rimandi animati alla storia narrata. Partner della NYPL è l’agenzia creativa Mother.

I bei disegni della digitalizzazione di Alice sono dell’illustratore Magoz con 57 mila follower su Instagram. Le immagini di Le Metamorfosi sono del ventottenne illustratore londinese César Pelizer.

Al di là delle illustrazioni e animazioni ci sono i testi da leggere, fatti di una sequenza di parole. Per rendere la lettura su Instagram più efficace e semplice possibile è stato scelto come font tipografico Georgia. Matthew Carter lo ha disegnato nel 1993 pensando ad una facile leggibilità sul computer, anche con caratteri piccoli.

Non è il primo tentativo di connettere la scrittura di storie con i social media: da storie scritte su twitter a narrazioni per smartphone. Fino all’ambizioso progetto inglese Ambient Literature che ha l’ambizione di testare una nuova forma letteraria con una sua grammatica specifica.

Nel caso dell’Insta Novel della NYPL l’ambizione è, se vogliamo, più modesta. Costruire una sorta di cavallo di Troia per – come dice Richert Schnorr, direttore media digitali della NYPL – “aumentare attraverso i social media l’interesse alla lettura e portare questi nuovi lettori a visitare le biblioteche locali, a scaricare i nostri e-book e a mantenere la voglia di voltare pagine”.

Il fatto che il giorno di lancio di Insta Novels i collegamenti alla sezione Instagram Stories della NYPL siano stati 450.000 con un incremento di 7100 followers non garantisce, ovviamente, il successo del progetto.

Penso, in ogni caso, che si debbano seguire con attenzione tutti quei tentativi di allargare la fruizione culturale che non aspettano che nuovi pubblici si avvicinino spontaneamente alla lettura, ai musei, ai teatri, ma che vanno là dove sono i non pubblici. Come nel caso dei social media e di Insta Novels.

 

The Online Gig Economy’s ‘Race to the Bottom’

The Online Gig Economy’s ‘Race to the Bottom’

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ULTIMO

ULTIMO

Passate da poco le sedici.

Quasi quattro ore di attesa.

Siamo rimasti in due.

Sul monitor compare finalmente il mio numero. All’improvviso chi aveva il numero successivo – l’ultimo – scatta dentro all’ufficio e si siede al posto mio. All’impiegata, che la invita ad attendere il suo turno, la signora di mezza età risponde con tono esasperato e minaccioso che ha una urgenza. All’invito a sedermi al posto della “usurpatrice”, per evitare una rissa rispondo che a questo punto essere il penultimo o l’ultimo non fa grande differenza.

Sono trascorse quasi quattro ore da quando alle 12:24 avevo premuto il pulsante rompi coda del Poliambulatorio. Dovevo prenotare un paio di visite. La sala era sovraffollata. D’altra parte il tagliando stampato mi attribuiva il numero PR-0110 con evidenziata l’indicazione di 74 utenti complessivi in coda.

Che fare? Rinunciare o rimanere? Rinunciare è solo dilazionare a un giorno successivo, tanto vale rimanere.

La sala era sovraffollata. Chi in piedi, chi seduto, o meglio seduta, per la prevalenza di donne. Quando lo spazio è così densamente affollato fatico a distinguere i tratti delle singole persone.

In effetti i presenti mi sembravano un insieme indistinto, una massa di sagome a nascondere le singole individualità.

Controllo il monitor, in alto, dove accanto al numero delle postazioni ci sono i numeri progressivi dei tagliandi di chi deve entrare. La sequenza dei numeri PR è molto più lenta rispetto all’altra categoria, gli AS, che pure rimangono allo sportello un tempo mediamente doppio o triplo rispetto ai PR.

La successione delle entrate pare mediamente veloce, le postazioni attive sono almeno 5.

Dico almeno cinque perché lo spazio dell’ufficio è separato dalla sala di attesa da una parete alta poco più di due metri. Sufficiente per impedirne la vista. Le parole, invece, filtrano, anche se tra loro sovrapposte, quindi incomprensibili. Il monitor dello schermo era dunque l’unico indizio che avevamo su ciò che succedeva oltre la parete e quindi sul nostro destino.

Faccio un rapido calcolo e mi dico che l’attesa sarà di circa un’ora. Esco. Dopo mezz’ora, pur avendo calcolato che sarebbe stato necessario attendere almeno il doppio del tempo, decido di ritornare. “Magari molti si sono allontanati, magari i PR si velocizzano rispetto agli AS. Poi perché rischiare di dovere ricominciare domani?”.

Rientro poco prima delle 13 e la sala non è più così affollata. Solo persone sedute, con qualche sedia vuota. Il pulsante rompi coda è stranamente spento. Solo ora mi accorgo dell’annuncio che nel periodo estivo il Poliambulatorio chiude alle 12:30. Il mio tagliando è delle 12:24 quindi sono sicuramente tra gli ultimi tre o quattro.

Giro lo sguardo a 360 gradi. Poco meno di una trentina di persone, quasi tutte quindi prima di me.

Se mezz’ora prima erano 74, in un’altra mezz’ora avrei finito.

La sala emanava un senso di fiducia positivo. I numeri si susseguivano regolari sul monitor.

Poco dopo, però, gli occhi di tutti con un movimento sincronizzato si incollano al monitor, in alto. Senza alcun preavviso, i numeri che corrispondono alle postazioni si diradano e scompaiono. Da cinque a quattro, poi a tre, a due, forse, e infine un solo numero: “Sportello 6”.

Il che significa una sola postazione attiva.

Gli impiegati, tranne uno, si erano evidentemente allontanati da una porta interna all’ufficio, senza dovere passare dalla sala di attesa, evitando così gli sguardi quantomeno perplessi di chi attendeva.

Alla fiducia nel procedere regolare delle entrate subentra una sensazione, prima di sospensione di giudizio, poi di allarme. Ci si sente abbandonati da chi – si pensava – avrebbe dovuto rimanere al proprio posto di lavoro fino all’esaurimento della fila. Ognuno fa di conto e arriva alla conclusione che se la situazione rimanesse questa, il tempo di attesa che aveva calcolato in precedenza sarebbe aumentato del doppio o di tre volte tanto.

Solo in questo momento mi accorgo che le singole persone emergevano da quella sensazione di massa indistinta che avevo provato in precedenza.

Ognuno portava con sé la propria storia che esprimeva nel modo in cui vestiva, come sedeva, come occupava il tempo di attesa. Alcune persone tentavano di interessare quelle vicine su cosa le aveva portate in quella sala. Chi raccontava i particolari, anche intimi, delle visite che doveva prenotare, chi la volontà di cambiare il medico di base perché il precedente non si trovava mai “e in più ne sa sempre meno di internet”. C’era poi chi non sapeva bene perché era in attesa e se avesse fatto bene a spingere il pulsante AS invece di quello PR. “Io ho preso tutti e due i tagliandi. Così non sbaglio” ha detto con aria soddisfatta una donna con il viso solcato da rughe profonde che le avevano evidentemente insegnato come evitare di sbagliare adottando anche maniere non proprio ortodosse.

Finalmente una signora dal viso solare e dai modi dolcemente decisi fa ciò che tutti noi avremmo voluto o, forse, dovuto fare. Apre la porta dell’ufficio, pur in assenza della chiamata, e rimane dentro qualche minuto. Le orecchie dei presenti portano la testa e il collo ad allungarsi verso la parete per ascoltare, ma la sovrapposizione di voci tra lei e l’impiegata rende difficile la comprensione.

All’uscita: “E’ rimasta sola. Le ho detto che siamo in molti e che richiami quelli che sono andati via. Mi ha detto che sono attribuiti ad altri sportelli e che non può fare niente altro di più di quello che già fa. Sono decisioni dei superiori”.

Di fronte a queste parole, parole di verità che nessuno avrebbe mai voluto ascoltare, la sala si anima di un moto di leggero nervosismo. Emerge la voce di un ragazzo con un fisico alla Bolt, vestito in modo casual ricercato con un paio di occhiali da sole che non ha mai tolto. La voce è profonda e sillaba parole, poche ma di grande saggezza: “Un solo sportello? Non va bene”. Si guarda attorno soddisfatto, si sistema meglio gli occhiali da sole e riprende la sua postura seduto con la schiena perfettamente dritta. Nella sala non si percepisce alcun sentimento di rabbia. Più rassegnazione, sfiducia e la sadica speranza che qualcuno smolli, che abbia qualche cosa di urgente da fare nelle prossime ore. In effetti alcuni si allontanano e non li vedremo più. Altri escono e con un certo disappunto li rivedremo tornare. Al rientro salutano quelli rimasti e sono certo che pensano “Speravate che non tornassi, invece sono ancora qua. Io non mollo”. Altri si alzano e comunicano a voce alta che vanno a mangiare qualche cosa. La massa si è ridotta. Siamo diventati un piccolo gruppo che sa che deve condividere ancora qualche ora insieme, abbandonati in quella sala di attesa. Le due signore, forse eritree, che hanno sempre parlato tra loro senza interruzione, certe di avere più tempo a disposizione infittiscono la conversazione, che riverbera un lieve flusso musicale. Si moltiplicano le raccomandazioni telefoniche. “Le cose da mangiare le trovi in frigo. Non riesco a venire perché sono bloccata al Cup da tre ore”. “Vai tu dalla nonna che sta aspettando. Io ne ho ancora per qualche ora”. Un signore di mezza età, piuttosto accaldato è deciso e laconico: “No. No. Cosa ho detto? No”.

La controfigura di Bolt si riprende di colpo dai suoi pensieri: “C’è vicino una pizzeria?”. “A sinistra vicino alla farmacia”. “Non so dov’è la farmacia” “Cinquanta metri”. Lo sguardo si illumina, un sorriso stampa denti bianchissimi, si alza e si allontana.

Il ritmo dello scorrere dei numeri sullo schermo è molto rallentato e vengono chiamati quasi sempre gli AS, che rimangono dentro all’ufficio un tempo che pare sempre più lungo. Noi PR ci sentiamo una sorta di paria, condannati all’attesa più lunga e cominciamo impercettibilmente a non sopportare, se non odiare, gli AS. “Cosa avranno mai da fare tutto quel tempo?” Siamo oramai alle 14:30 quando una signora rimasta sempre in disparte e vestita come se fosse appena scesa dal letto improvvisa un pensiero ad alta voce: “Se ci fosse stato mio figlio…”. Si interrompe e noi tutti avremmo invece voluto che terminasse il suo pensiero. “Che cosa avrebbe fatto suo figlio?”. Abbiamo così trascorso qualche minuto immaginando il figlio nella nostra situazione e compatendo la povera impiegata che avrebbe dovuto fare fronte a ciò che il figlio avrebbe fatto.

Superate le 15 la stanchezza comincia a pesare. Al sentirsi abbandonati si somma il senso di assoluta impotenza. Ma siamo pur sempre a Bologna dove all’impotenza si risponde con un qualche attivismo civico. La stessa signora che in precedenza era entrata in ufficio per verificare la situazione, dopo essersi accertata che non ci fosse alcun dirigente a cui potersi appellare, propone ad alta voce di scrivere una breve lettera. “Siamo da almeno tre ore in attesa a causa dell’organizzazione del servizio che allontana gli impiegati attorno alle ore 13, indipendentemente dal numero di persone in attesa”. L’appello circola

e tutti firmiamo. “Magari mandiamo una lettera ai giornali” qualcuno sussurra senza molta convinzione. Questa decisione di agire e rompere l’attesa impotente, pur nella consapevolezza della sua scarsa efficacia, ci rianima. “Sai dov’è cinese? Compro batteria” domanda una persona vestita in maniera vistosa che aveva trascorso tutto il tempo in rete sul suo smartphone. “Vai alla stazione, sotto, mi raccomando. Sotto. Poi sbuca dall’altra parte. Hai capito? Sei nel quartiere cinese e le batterie te le tirano dietro”. La persona vestita in maniera vistosa sorride a chi gli ha fornito la risposta e ripone il cellulare in una ampia borsa dipinta dei colori dell’arcobaleno, con stampata una parola scritta in una di quelle lingue orientali che fanno di ogni lettera un’opera di grafica raffinata. I dialoghi aumentano e il gruppo dei superstiti si divide in sottogruppi di due o tre persone. Le due presunte eritree devono interrompersi perché è arrivato il turno della più anziana. Anche lei ha un maledetto AS, ma tra la sorpresa generale esce dopo pochi secondi. Tutti a guardarla con aria interrogativa. “Errore”. L’amica si alza e si avviano alla porta, riprendendo a parlare, probabilmente da dove si erano appena interrotte.

Ogni tanto qualcuno, inconsapevole dell’orario estivo, entra in sala, si avvicina al pulsante rompi coda e vedendolo spento ne domanda la ragione. A turno si risponde che il Poliambulatorio ha adottato l’orario estivo e chiude alle 12:30 e che noi eravamo i resti del mattino. Compatimento per noi e delusione per sé, questa la reazione di chi scuotendo la testa si allontanava per riprogrammare il ritorno del mattino seguente. “Io rimango. Oggi dovevo lavorare. Dopo che è entrato l’ultimo, entro io. Anche senza biglietto” disse con una buona dose di autoconvincimento sulla efficacia della sua decisione un signore di mezza età con la pelle chiara e chiazzata di macchie color caffelatte.

Ogni tanto ci si alza, così per rimettere in moto le gambe. Mi sposto verso la porta d’ingresso. Arriva un giovane che parla con una voce cantilenante che accompagna il corpo che muove leggermente avanti e indietro. “Come mai non si prendono i biglietti?” “Il pomeriggio il Poliambulatorio è chiuso” “E’ chiuso, eh! E voi che ci fate qui?” dice sporgendosi all’interno e contando la decina di persone rimaste. “Siamo qua da stamane”. Comincia ad agitare più nervosamente il corpo e accelera la parlata. Un personaggio sempre più alla Tarantino “No. Dai, non dirmi così” e con il dito indice mi preme leggermente il costato. Si sposta poi con una certa energia all’indietro e ispezionando con lo sguardo tutta la sala con tono amicale mi sussurra “Dai dimmi dove si prendono i numeri. Da questa mattina ancora qua? Ma allora sei fuori. Siete tutti fuori” Si avvicina di nuovo, poi si allontana e come preso da una illuminazione esclama “Dimmi che siamo su Scherzi a parte. Qui dal mattino? Dai siete bravi tutti qua, ma oramai vi ho capito. Questa sera mi guardo Scherzi a parte”.

Rientro e Bolt abbandona la sua postura ed estrae con la mano destra uno smartphone, lo alza sopra il viso e comincia una conversazione in Skype “Hello. How are you? Come stai, bene?” Poi inizia a parlare in una lingua che è tante lingue insieme di cui comprendo metà delle parole. Evidentemente si compiace di questa conversazione quando squilla un altro telefono che tiene nella tasca sinistra. Lo estrae e inizia una seconda conversazione in contemporanea con l’altra, questa volta solo audio. Alterna con maestria la conversazione tra i due interlocutori. Poi saluta l’interlocutore della mano sinistra e continua solo in skype, anche se poco dopo riprende l’altro apparecchio che collega a un sito di dati che legge all’interlocutrice su skype. Tutti lo guardiamo con grande ammirazione per come riesce a sostenere due conversazioni contemporaneamente dopo ore di attesa in questa sempre più soffocante sala. Di colpo spegne gli smartphone, entra in ufficio ed esce immediatamente.

Aveva confuso il numero di chiamata.

Rimane ancora il tempo per un’altra telefonata a doppio interlocutore.

Di colpo lo schermo del Cup si anima di altri numeri. Un tempo si sarebbe detto “arrivano i nostri”. Niente di eccessivo ma passare da un impiegato a due è raddoppiare la velocità e diminuire l’attesa. Il gruppo si riduce più velocemente. Una ragazza giovane vestita di nero che aveva passato il tempo leggendo si alza e si avvicina a tutti ponendo una domanda che avrebbe avuto più senso porre qualche ora prima.

“Lei a che orario è entrato?”.

Tutti le rispondiamo. Mi guarda e mi dice, con una certa soddisfazione:

“Lei è l’ultimo”.

Mancava una persona, una signora di mezza età che non avevo notato prima. Entra poco dopo. Come è andata già lo sapete.

Intervista a Roberto Grandi – CLIONET

Intervista a Roberto Grandi – CLIONET

Fotografia, musei e patrimonio: uno sguardo integrato tra pubblico e privato

Quali possibili legami esistono tra fotografia, musei e patrimonio?

La fotografia attiva una funzione rappresentazionale, presentandoci immagini che percepiamo come riproduzione della realtà, e una funzione costruttiva, in quanto è attraverso quelle immagini che conosciamo la realtà di cui non abbiamo una esperienza diretta. Queste due funzioni sono il riflesso ambiguo, per esempio, della scelta di una certa inquadratura rispetto ad un’altra: perché rendere visibile solo questa porzione di realtà, perché non farci conoscere di più, allargando l’obiettivo? In molti casi, più che rappresentare la realtà l’immagine la costruisce.

La funzione rappresentazionale è rilevante per i musei in quanto la fotografia viene spesso considerata come una importante fonte di documentazione per l’attività conservativa e di promozione. Ci sono musei abitati da oggetti materiali, la cui storia è conservata e riprodotta spesso dalla documentazione fotografica, come, per esempio, nel Museo del Patrimonio Industriale che narra la storia sociale e materiale dello sviluppo industriale e imprenditoriale del territorio. In quasi tutti i musei, poi, sono conservate collezioni fotografiche che non fanno necessariamente riferimento a ciò che è presente nelle collezioni permanenti. In questi casi queste collezioni fotografiche sono esse stesse parte della collezione permanente.

Fotografie storiche di oggetti d’arte asiatici al Museo Medievale, fotografie della vita quotidiana del periodo post risorgimentale al Museo del Risorgimento. In altri casi le fotografie documentano l’attività che ha portato al reperimento di ciò che è custodito nel museo, una sorta di meta comunicazione, come le foto degli scavi archeologici presenti al Museo Archeologico. Queste e molte altre sono le funzioni ricoperte dai patrimoni fotografici dei nostri musei.

Una buona parte della documentazione fotografica conservata nei musei è però relativa alle stesse opere che vi sono conservate, una documentazione che viene spesso digitalizzata per fare conoscere i patrimoni dei musei. Ciascun museo conserva e produce secondo la sua vocazione e interessi specifici. Per i musei d’arte contemporanea, come il MAMbo, la fotografia è in primo luogo uno strumento di espressione artistica che si accompagna alla produzione di fotografie utili a documentare le opere d’arte conservate.

I monumenti del Cimitero della Certosa di Bologna, ad esempio, sono documentati quasi interamente attraverso la fotografia, immagini proposte sul sito “Storia e memoria di Bologna” accompagnate da testi che descrivono la biografia di chi è ritratto nel monumento funebre, la biografia dell’artista del monumento e altri utili dati di contesto. La Certosa è nella sede attuale dal periodo napoleonico, quindi dall’inizio dell’Ottocento, ed esaminare questo tipo di patrimonio significa analizzare una parte importante, pur se meno nota, della storia della città.

 

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