Quando uno youtuber promuove la cultura

Quando uno youtuber promuove la cultura

Il Comune di Bologna sceglie il giovane youtuber Luis Sal per promuovere il patrimonio artistico culturale della città.

Luis Sal, giovane youtuber bolognese il cui successo è scandito da milioni di visualizzazioni online, è il volto scelto dal Comune di Bologna per promuovere la bellezza del patrimonio artistico e culturale della città e le opportunità offerte dalla Card Musei Metropolitani di Bologna, l’abbonamento annuale che garantisce accesso gratuito a 31 musei della Città Metropolitana e molte altre agevolazioni alla fruizione culturale.

Luis ha messo il suo talento a disposizione realizzando tre video – il primo dei quali online da oggi – che raccontano la bellezza della città da una prospettiva differente e con un linguaggio tutt’altro che convenzionale e capace di raggiungere anche il pubblico più giovane. Una nuova sfida per il videomaker che per la prima volta si è confrontato con un’istituzione e con temi legati alla promozione dell’arte e della cultura, mantenendo lo stile innovativo e l’umorismo irriverente che caratterizza tutte le sue produzioni.

Non c’è nulla di scontato o già visto nel modo di comunicare di Luis Sal. Capace di catturare l’attenzione e di divertire grazie a un’efficace miscela di idee imprevedibili, ironia e umorismo, nei suoi video si racconta per quello che è: un ventenne con obiettivi ben chiari e l’ambizione a fare sempre meglio, che affronta lavoro, viaggi, vita quotidiana, surreali pizze giganti e improbabili palline di alluminio con uno stile inconfondibile, sia dal punto di vista narrativo che del montaggio. Dal 2017 Luis ha realizzato 540.000 iscritti e 50 milioni di visualizzazioni sul suo canale Youtube, e oltre 20 milioni di visualizzazioni su altri canali, mentre registra 482.000 follower su Instagram, con una media di 90.000 like per post.

Da oggi il suo originale modo di raccontare promuoverà la bellezza di Bologna, senza smettere di far ridere, divertire e sorprendere. Un modo fresco e nuovo sul quale l’amministrazione comunale ha scommesso per raccontare la città e le proposte in campo e per facilitare il più possibile l’accesso al patrimonio artistico e culturale di tutta l’area metropolitana.

 

Alfabetizzazione di strada. Bing Bang. Tang Guo. Bing Qi Lin

Alfabetizzazione di strada. Bing Bang. Tang Guo. Bing Qi Lin

Nella città di Bologna –ma potrebbe essere qualsiasi altra città italiana- un paio di anni fa un bar d’angolo – tra Via Galliera e Via dei Mille – ha cambiato proprietà. Da proprietà italiana a cinese. Questo cambio di proprietà non è certo una novità. La novità è la sensibilità di chi gestisce il bar.

Da mesi, fuori dal Bar, appoggiata ai braccioli di una sedia con lo schienale rivolto alla parete del portico è collocata una piccola lavagna. Su questa lavagna è scritta con il gesso bianco l’intestazione del locale “Caffetteria Galliera” e la frase “Imparare il CINESE giorno per giorno”. Più sotto “La parola di oggi è …”. Segue la parola scritta in cinese con caratteri latini, poi con ideogrammi e infine la parola italiana che quel giorno viene tradotta.

La parola rimane immutata per tre-quattro giorni, giusto il tempo per memorizzarla. Poi si passa ad una nuova parola. In questi anni la lavagna ha ospitato parole che fanno riferimento al tempo, alle stagioni, alle parentele, ai sentimenti, ai luoghi, ai beni di consumo, ai cibi.

Un giorno qualcuno ruba la lavagna.

Reagendo con quella pazienza che sembra rassegnata ma che è sintomo della testardaggine fiduciosa propria della cultura cinese, la barista acquista una nuova lavagna e continua la sua opera di alfabetizzazione da strada.

Passando, qualche giorno fa, ho notato la lavagna a terra e non collocata su quel casalingo cavalletto costituito dai braccioli e dallo schienale della sedia.

Perché?

Uno zelante (inteso, da dizionario, come colui che adempie con zelo le mansioni che gli sono state affidate) vigile urbano si accorge che la presenza di questa sedia aperta diminuisce lo spazio a disposizione per il passaggio dei pedoni e chiede di eliminarla.

La barista, facendo di nuovo ricorso alla pazienza testarda della cultura cinese, si adegua immediatamente alla richiesta dell’autorità e toglie la sedia, appoggiando la lavagna a terra, abbassata rispetto allo sguardo dei passanti.

Sono certo che la richiesta del vigile risponda ad una norma che definisce correttamente lo spazio minimo necessario per il passaggio dei pedoni.

Le città stanno votando il Regolamento Unesco per difendere la propria identità con diversi divieti che non ne snaturino la propria natura culturale. Propongo una piccola eccezione per un Regolamento Unesco al contrario per i portici di Bologna, peraltro candidati al riconoscimento Unesco. Diminuire di qualche centimetro lo spazio del passeggio, là dove il punto vendita attiva delle azioni di alfabetizzazione di strada.

Come sarebbe bello che non solo i locali gestiti da stranieri fornissero queste pillole di alfabetizzazione nelle loro lingue, ma che lo facessero anche quelli gestiti da italiani. In questo caso il fine non sarebbe tradurre in un’altra lingua una parola, ma narrare in italiano il significato di parole italiane, per gli stranieri e per gli italiani. Le ricerche infatti ci dicono che la media degli italiani utilizza e conosce il significato solo di poche centinaia di parole. Questo numero potrebbe incrementarsi notevolmente con questa iniziativa pedagogica di strada.

Pensare il portico come un “piccolo libro tascabile di accoglienza” attraverso le parole.

 

IL FASCINO SEGRETO DEGLI OGGETTI

IL FASCINO SEGRETO DEGLI OGGETTI

Come leggere le tante storie che raccontano gli oggetti dei musei? Come creare narrazioni sempre nuove? Come rileggere le opere del Museo Civico Archeologico della città di Bologna collocandole in percorsi originali costellati di dialoghi e corrispondenze che si dipanano in una ideale galleria del tempo che va dal 1522 al dopoguerra? Gli snodi di questo inedito racconto sono diciotto personaggi legati allo sviluppo del Museo. E’ stata così creata la narrazione dell’evoluzione dello sguardo e del modo di guardare all’antico, dal Seicento fino alla nascita della scienza archeologica e delle moderne strutture di valorizzazione e di tutela nel Novecento. Un bell’apparato comunicativo intreccia il crescere delle collezioni con le vicende storico-politiche, culturali, sociali. Un racconto a più voci che proietta Bologna in un panorama italiano ed europeo già a partire dal XVI secolo.

La bella mostra RITRATTI DI FAMIGLIA. Personaggi, oggetti, storie del Museo Civico fra Bologna, l’Italia e l’Europa, a cura di Paola Giovetti e Anna Dore, nasce da una necessità. Come continuare a garantire, valorizzandola ulteriormente, la fruizione di una parte consistente delle collezioni situate al primo piano del museo, non accessibili al pubblico per lunghi lavori alla copertura.

Ho colto l’invito del Museo a pensare una passeggiata all’interno della mostra. La mia proposta si è concentrata sui tanti significati, anche nascosti, di cui i singoli oggetti sono portatori. Gli oggetti esposti rappresentano sicuramente la quotidianità dei modi di vivere del tempo in cui sono stati creati perché rispondono a una precisa funzione d’uso. Ma sono anche portatori di significati altri, che vanno al di là del loro utilizzo funzionale per allargarsi al campo del simbolico. Si va da funzioni estetiche a funzioni magiche, da funzioni rituali a comunicative, comunitarie, propagandistiche. Sono oggetti che rappresentano in maniera fedele il reale, ma allo stesso tempo sono anche in grado di costruire un mondo altro.

Solo pochi passaggi, lampi che illuminano alcuni dei 350 oggetti in mostra.

Già in apertura la Gemma romana con scorpione in diaspro giallo si è vista attribuire la funzione magico-religiosa delle cosiddette “gemme magiche o gnostiche”, diffuse in tutto l’impero romano dalla metà del II al III secolo d.C. Ma l’assenza di iscrizioni ci fa dire che probabilmente aveva una funzione altra: un talismano contro le punture dello scorpione.

Da un fraintendimento sull’attribuzione delle funzioni passiamo a un caso di sovrapposizione tra funzioni d’uso evidenti e funzioni simboliche più nascoste, da scoprire.

L’Urna cineraria etrusca in terracotta del II secolo a.C. ricopriva la funzione d’uso di contenere la ceneri del defunto e di rappresentarlo attraverso una scultura che sormontava l’urna. La cassa è poi decorata con l’episodio culminante del mito dei Sette a Tebe. I figli di Edipo, Eteocle e Polinice, si uccidono a vicenda, secondo il destino profetizzato per loro dal padre. Perché è l’immagine di questa violenza tragica che avvolge la parete dell’urna? E’ evidente che non ha a che fare con la funzione d’uso di contenere le ceneri, ma con una funzione altra, simbolica. Presumibilmente la scelta di questo mito ha introdotto una funzione che oggi definiremo di comunicazione pubblica. L’autorità del tempo utilizzava la narrazione di questo mito come monito contro le divisioni della comunità cittadina nel momento critico della romanizzazione.

Un oggetto che racchiude al proprio interno non solo una pluralità di funzioni, ma è esso stesso nella propria singolarità l’emblema di qualche cosa di straordinario è la Specchio etrusco di bronzo inciso, “patera cospiana”.

Lo specchio, rinvenuto verso il 1630 in una tomba dove era utilizzato come coperchio del cinerario, entrò a far parte della collezione del marchese Cospi. Per la particolarità della sua decorazione e la presenza di iscrizioni, lo specchio destò subito molta curiosità tra gli eruditi del tempo e fu spesso citato e riprodotto in manoscritti e lavori a stampa. Nella letteratura colta dal ‘600 in poi è noto come “patera”. Un caso ulteriore di fraintendimento della funzione d’uso. A quell’epoca si pensava che questi oggetti fossero stati costruiti come vasi per libagioni. Solo successivamente è stata svelata la loro vera funzione: specchi. Ma il racconto straordinario che contiene questo specchio è altro e deriva dall’essere

stato incluso nelle maggiori opere di antiquaria etrusca. In effetti il lato decorato che ritrae la nascita di Atena/ Minerva che esce, armata, dalla testa di Tinia, lo Zeus etrusco, è effettivamente affascinante e vale il viaggio che fece verso Parigi dove nel 1791 erano state statalizzate le raccolte di opere d’arte del Re di Francia. Il Museo del Louvre assume così il ruolo di Museo Centrale delle Arti della Repubblica e risponde al diritto di tutti alla fruizione libera e gratuita dei Musei che diventano Pubbliche Istituzioni per l’Educazione dei Cittadini.

Negli anni della dominazione giacobina napoleonica della città di Bologna una parte significativa del patrimonio artistico, archeologico e librario della città è sottoposta a requisizione per arricchire le istituzioni culturali francesi, in particolare il Louvre. Napoleone aveva infatti innovato la modalità di pagare i danni di guerra: attraverso la consegna di opere d’arte. D’altra parte Parigi e la Francia non erano forse il luogo dove “le migliori tracce dell’ingegno possono vivere infine in una terra libera”, come era scritto sui cartelli apposti ai lati dei carri delle opere requisite? Il 27-28 luglio 1798 arrivano a Parigi le opere italiane tra cui, da Bologna, codici e manoscritti, dipinti delle soppresse istituzioni religiose, oggetti archeologici dall’Istituto delle Scienze, tra cui la nostra Patera cospiana. Anch’essa finalmente “liberata e democratizzata” a beneficio dei cittadini francesi in visita al Louvre. Successivamente è rientrata a Bologna tra i beni recuperati nella trattativa portata avanti per il papato da Antonio Canova. Inscritta nella patera cospiana c’è dunque questa avventura che dà il via, anche nello stato pontificio, all’apertura, per la prima volta, di un dibattito sulla valenza pubblica del bene culturale, anche se di proprietà privata. Successivamente vengono proposti i primi assaggi di una legislazione per la tutela dei beni culturali.

Noi usiamo gli oggetti antichi che custodiamo nei nostri musei per raccontare principalmente le storie affascinanti di tempi passati. Spesso dimentichiamo che ogni oggetto è esso stesso un intrigante intreccio di storie, valori e simboli che parlano anche del nostro presente e del futuro.

Reining in Big Data’s Robber Barons

Reining in Big Data’s Robber Barons

The use of Facebook by Cambridge Analytica to gather data on tens of millions of users is just one of the troubling things to have come to light about Facebook and its effect on social and political life. Yet that story is also, in some respects, a distraction from the bigger issues that stem from the Internet giants’ practices: Google, Facebook, Amazon, and other tech giants have constructed the most extensive and intrusive surveillance apparatus the world has ever seen. And we are the target….

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