ULTIMO

ULTIMO

Passate da poco le sedici.

Quasi quattro ore di attesa.

Siamo rimasti in due.

Sul monitor compare finalmente il mio numero. All’improvviso chi aveva il numero successivo – l’ultimo – scatta dentro all’ufficio e si siede al posto mio. All’impiegata, che la invita ad attendere il suo turno, la signora di mezza età risponde con tono esasperato e minaccioso che ha una urgenza. All’invito a sedermi al posto della “usurpatrice”, per evitare una rissa rispondo che a questo punto essere il penultimo o l’ultimo non fa grande differenza.

Sono trascorse quasi quattro ore da quando alle 12:24 avevo premuto il pulsante rompi coda del Poliambulatorio. Dovevo prenotare un paio di visite. La sala era sovraffollata. D’altra parte il tagliando stampato mi attribuiva il numero PR-0110 con evidenziata l’indicazione di 74 utenti complessivi in coda.

Che fare? Rinunciare o rimanere? Rinunciare è solo dilazionare a un giorno successivo, tanto vale rimanere.

La sala era sovraffollata. Chi in piedi, chi seduto, o meglio seduta, per la prevalenza di donne. Quando lo spazio è così densamente affollato fatico a distinguere i tratti delle singole persone.

In effetti i presenti mi sembravano un insieme indistinto, una massa di sagome a nascondere le singole individualità.

Controllo il monitor, in alto, dove accanto al numero delle postazioni ci sono i numeri progressivi dei tagliandi di chi deve entrare. La sequenza dei numeri PR è molto più lenta rispetto all’altra categoria, gli AS, che pure rimangono allo sportello un tempo mediamente doppio o triplo rispetto ai PR.

La successione delle entrate pare mediamente veloce, le postazioni attive sono almeno 5.

Dico almeno cinque perché lo spazio dell’ufficio è separato dalla sala di attesa da una parete alta poco più di due metri. Sufficiente per impedirne la vista. Le parole, invece, filtrano, anche se tra loro sovrapposte, quindi incomprensibili. Il monitor dello schermo era dunque l’unico indizio che avevamo su ciò che succedeva oltre la parete e quindi sul nostro destino.

Faccio un rapido calcolo e mi dico che l’attesa sarà di circa un’ora. Esco. Dopo mezz’ora, pur avendo calcolato che sarebbe stato necessario attendere almeno il doppio del tempo, decido di ritornare. “Magari molti si sono allontanati, magari i PR si velocizzano rispetto agli AS. Poi perché rischiare di dovere ricominciare domani?”.

Rientro poco prima delle 13 e la sala non è più così affollata. Solo persone sedute, con qualche sedia vuota. Il pulsante rompi coda è stranamente spento. Solo ora mi accorgo dell’annuncio che nel periodo estivo il Poliambulatorio chiude alle 12:30. Il mio tagliando è delle 12:24 quindi sono sicuramente tra gli ultimi tre o quattro.

Giro lo sguardo a 360 gradi. Poco meno di una trentina di persone, quasi tutte quindi prima di me.

Se mezz’ora prima erano 74, in un’altra mezz’ora avrei finito.

La sala emanava un senso di fiducia positivo. I numeri si susseguivano regolari sul monitor.

Poco dopo, però, gli occhi di tutti con un movimento sincronizzato si incollano al monitor, in alto. Senza alcun preavviso, i numeri che corrispondono alle postazioni si diradano e scompaiono. Da cinque a quattro, poi a tre, a due, forse, e infine un solo numero: “Sportello 6”.

Il che significa una sola postazione attiva.

Gli impiegati, tranne uno, si erano evidentemente allontanati da una porta interna all’ufficio, senza dovere passare dalla sala di attesa, evitando così gli sguardi quantomeno perplessi di chi attendeva.

Alla fiducia nel procedere regolare delle entrate subentra una sensazione, prima di sospensione di giudizio, poi di allarme. Ci si sente abbandonati da chi – si pensava – avrebbe dovuto rimanere al proprio posto di lavoro fino all’esaurimento della fila. Ognuno fa di conto e arriva alla conclusione che se la situazione rimanesse questa, il tempo di attesa che aveva calcolato in precedenza sarebbe aumentato del doppio o di tre volte tanto.

Solo in questo momento mi accorgo che le singole persone emergevano da quella sensazione di massa indistinta che avevo provato in precedenza.

Ognuno portava con sé la propria storia che esprimeva nel modo in cui vestiva, come sedeva, come occupava il tempo di attesa. Alcune persone tentavano di interessare quelle vicine su cosa le aveva portate in quella sala. Chi raccontava i particolari, anche intimi, delle visite che doveva prenotare, chi la volontà di cambiare il medico di base perché il precedente non si trovava mai “e in più ne sa sempre meno di internet”. C’era poi chi non sapeva bene perché era in attesa e se avesse fatto bene a spingere il pulsante AS invece di quello PR. “Io ho preso tutti e due i tagliandi. Così non sbaglio” ha detto con aria soddisfatta una donna con il viso solcato da rughe profonde che le avevano evidentemente insegnato come evitare di sbagliare adottando anche maniere non proprio ortodosse.

Finalmente una signora dal viso solare e dai modi dolcemente decisi fa ciò che tutti noi avremmo voluto o, forse, dovuto fare. Apre la porta dell’ufficio, pur in assenza della chiamata, e rimane dentro qualche minuto. Le orecchie dei presenti portano la testa e il collo ad allungarsi verso la parete per ascoltare, ma la sovrapposizione di voci tra lei e l’impiegata rende difficile la comprensione.

All’uscita: “E’ rimasta sola. Le ho detto che siamo in molti e che richiami quelli che sono andati via. Mi ha detto che sono attribuiti ad altri sportelli e che non può fare niente altro di più di quello che già fa. Sono decisioni dei superiori”.

Di fronte a queste parole, parole di verità che nessuno avrebbe mai voluto ascoltare, la sala si anima di un moto di leggero nervosismo. Emerge la voce di un ragazzo con un fisico alla Bolt, vestito in modo casual ricercato con un paio di occhiali da sole che non ha mai tolto. La voce è profonda e sillaba parole, poche ma di grande saggezza: “Un solo sportello? Non va bene”. Si guarda attorno soddisfatto, si sistema meglio gli occhiali da sole e riprende la sua postura seduto con la schiena perfettamente dritta. Nella sala non si percepisce alcun sentimento di rabbia. Più rassegnazione, sfiducia e la sadica speranza che qualcuno smolli, che abbia qualche cosa di urgente da fare nelle prossime ore. In effetti alcuni si allontanano e non li vedremo più. Altri escono e con un certo disappunto li rivedremo tornare. Al rientro salutano quelli rimasti e sono certo che pensano “Speravate che non tornassi, invece sono ancora qua. Io non mollo”. Altri si alzano e comunicano a voce alta che vanno a mangiare qualche cosa. La massa si è ridotta. Siamo diventati un piccolo gruppo che sa che deve condividere ancora qualche ora insieme, abbandonati in quella sala di attesa. Le due signore, forse eritree, che hanno sempre parlato tra loro senza interruzione, certe di avere più tempo a disposizione infittiscono la conversazione, che riverbera un lieve flusso musicale. Si moltiplicano le raccomandazioni telefoniche. “Le cose da mangiare le trovi in frigo. Non riesco a venire perché sono bloccata al Cup da tre ore”. “Vai tu dalla nonna che sta aspettando. Io ne ho ancora per qualche ora”. Un signore di mezza età, piuttosto accaldato è deciso e laconico: “No. No. Cosa ho detto? No”.

La controfigura di Bolt si riprende di colpo dai suoi pensieri: “C’è vicino una pizzeria?”. “A sinistra vicino alla farmacia”. “Non so dov’è la farmacia” “Cinquanta metri”. Lo sguardo si illumina, un sorriso stampa denti bianchissimi, si alza e si allontana.

Il ritmo dello scorrere dei numeri sullo schermo è molto rallentato e vengono chiamati quasi sempre gli AS, che rimangono dentro all’ufficio un tempo che pare sempre più lungo. Noi PR ci sentiamo una sorta di paria, condannati all’attesa più lunga e cominciamo impercettibilmente a non sopportare, se non odiare, gli AS. “Cosa avranno mai da fare tutto quel tempo?” Siamo oramai alle 14:30 quando una signora rimasta sempre in disparte e vestita come se fosse appena scesa dal letto improvvisa un pensiero ad alta voce: “Se ci fosse stato mio figlio…”. Si interrompe e noi tutti avremmo invece voluto che terminasse il suo pensiero. “Che cosa avrebbe fatto suo figlio?”. Abbiamo così trascorso qualche minuto immaginando il figlio nella nostra situazione e compatendo la povera impiegata che avrebbe dovuto fare fronte a ciò che il figlio avrebbe fatto.

Superate le 15 la stanchezza comincia a pesare. Al sentirsi abbandonati si somma il senso di assoluta impotenza. Ma siamo pur sempre a Bologna dove all’impotenza si risponde con un qualche attivismo civico. La stessa signora che in precedenza era entrata in ufficio per verificare la situazione, dopo essersi accertata che non ci fosse alcun dirigente a cui potersi appellare, propone ad alta voce di scrivere una breve lettera. “Siamo da almeno tre ore in attesa a causa dell’organizzazione del servizio che allontana gli impiegati attorno alle ore 13, indipendentemente dal numero di persone in attesa”. L’appello circola

e tutti firmiamo. “Magari mandiamo una lettera ai giornali” qualcuno sussurra senza molta convinzione. Questa decisione di agire e rompere l’attesa impotente, pur nella consapevolezza della sua scarsa efficacia, ci rianima. “Sai dov’è cinese? Compro batteria” domanda una persona vestita in maniera vistosa che aveva trascorso tutto il tempo in rete sul suo smartphone. “Vai alla stazione, sotto, mi raccomando. Sotto. Poi sbuca dall’altra parte. Hai capito? Sei nel quartiere cinese e le batterie te le tirano dietro”. La persona vestita in maniera vistosa sorride a chi gli ha fornito la risposta e ripone il cellulare in una ampia borsa dipinta dei colori dell’arcobaleno, con stampata una parola scritta in una di quelle lingue orientali che fanno di ogni lettera un’opera di grafica raffinata. I dialoghi aumentano e il gruppo dei superstiti si divide in sottogruppi di due o tre persone. Le due presunte eritree devono interrompersi perché è arrivato il turno della più anziana. Anche lei ha un maledetto AS, ma tra la sorpresa generale esce dopo pochi secondi. Tutti a guardarla con aria interrogativa. “Errore”. L’amica si alza e si avviano alla porta, riprendendo a parlare, probabilmente da dove si erano appena interrotte.

Ogni tanto qualcuno, inconsapevole dell’orario estivo, entra in sala, si avvicina al pulsante rompi coda e vedendolo spento ne domanda la ragione. A turno si risponde che il Poliambulatorio ha adottato l’orario estivo e chiude alle 12:30 e che noi eravamo i resti del mattino. Compatimento per noi e delusione per sé, questa la reazione di chi scuotendo la testa si allontanava per riprogrammare il ritorno del mattino seguente. “Io rimango. Oggi dovevo lavorare. Dopo che è entrato l’ultimo, entro io. Anche senza biglietto” disse con una buona dose di autoconvincimento sulla efficacia della sua decisione un signore di mezza età con la pelle chiara e chiazzata di macchie color caffelatte.

Ogni tanto ci si alza, così per rimettere in moto le gambe. Mi sposto verso la porta d’ingresso. Arriva un giovane che parla con una voce cantilenante che accompagna il corpo che muove leggermente avanti e indietro. “Come mai non si prendono i biglietti?” “Il pomeriggio il Poliambulatorio è chiuso” “E’ chiuso, eh! E voi che ci fate qui?” dice sporgendosi all’interno e contando la decina di persone rimaste. “Siamo qua da stamane”. Comincia ad agitare più nervosamente il corpo e accelera la parlata. Un personaggio sempre più alla Tarantino “No. Dai, non dirmi così” e con il dito indice mi preme leggermente il costato. Si sposta poi con una certa energia all’indietro e ispezionando con lo sguardo tutta la sala con tono amicale mi sussurra “Dai dimmi dove si prendono i numeri. Da questa mattina ancora qua? Ma allora sei fuori. Siete tutti fuori” Si avvicina di nuovo, poi si allontana e come preso da una illuminazione esclama “Dimmi che siamo su Scherzi a parte. Qui dal mattino? Dai siete bravi tutti qua, ma oramai vi ho capito. Questa sera mi guardo Scherzi a parte”.

Rientro e Bolt abbandona la sua postura ed estrae con la mano destra uno smartphone, lo alza sopra il viso e comincia una conversazione in Skype “Hello. How are you? Come stai, bene?” Poi inizia a parlare in una lingua che è tante lingue insieme di cui comprendo metà delle parole. Evidentemente si compiace di questa conversazione quando squilla un altro telefono che tiene nella tasca sinistra. Lo estrae e inizia una seconda conversazione in contemporanea con l’altra, questa volta solo audio. Alterna con maestria la conversazione tra i due interlocutori. Poi saluta l’interlocutore della mano sinistra e continua solo in skype, anche se poco dopo riprende l’altro apparecchio che collega a un sito di dati che legge all’interlocutrice su skype. Tutti lo guardiamo con grande ammirazione per come riesce a sostenere due conversazioni contemporaneamente dopo ore di attesa in questa sempre più soffocante sala. Di colpo spegne gli smartphone, entra in ufficio ed esce immediatamente.

Aveva confuso il numero di chiamata.

Rimane ancora il tempo per un’altra telefonata a doppio interlocutore.

Di colpo lo schermo del Cup si anima di altri numeri. Un tempo si sarebbe detto “arrivano i nostri”. Niente di eccessivo ma passare da un impiegato a due è raddoppiare la velocità e diminuire l’attesa. Il gruppo si riduce più velocemente. Una ragazza giovane vestita di nero che aveva passato il tempo leggendo si alza e si avvicina a tutti ponendo una domanda che avrebbe avuto più senso porre qualche ora prima.

“Lei a che orario è entrato?”.

Tutti le rispondiamo. Mi guarda e mi dice, con una certa soddisfazione:

“Lei è l’ultimo”.

Mancava una persona, una signora di mezza età che non avevo notato prima. Entra poco dopo. Come è andata già lo sapete.

Alfabetizzazione di strada. Bing Bang. Tang Guo. Bing Qi Lin

Alfabetizzazione di strada. Bing Bang. Tang Guo. Bing Qi Lin

Nella città di Bologna –ma potrebbe essere qualsiasi altra città italiana- un paio di anni fa un bar d’angolo – tra Via Galliera e Via dei Mille – ha cambiato proprietà. Da proprietà italiana a cinese. Questo cambio di proprietà non è certo una novità. La novità è la sensibilità di chi gestisce il bar.

Da mesi, fuori dal Bar, appoggiata ai braccioli di una sedia con lo schienale rivolto alla parete del portico è collocata una piccola lavagna. Su questa lavagna è scritta con il gesso bianco l’intestazione del locale “Caffetteria Galliera” e la frase “Imparare il CINESE giorno per giorno”. Più sotto “La parola di oggi è …”. Segue la parola scritta in cinese con caratteri latini, poi con ideogrammi e infine la parola italiana che quel giorno viene tradotta.

La parola rimane immutata per tre-quattro giorni, giusto il tempo per memorizzarla. Poi si passa ad una nuova parola. In questi anni la lavagna ha ospitato parole che fanno riferimento al tempo, alle stagioni, alle parentele, ai sentimenti, ai luoghi, ai beni di consumo, ai cibi.

Un giorno qualcuno ruba la lavagna.

Reagendo con quella pazienza che sembra rassegnata ma che è sintomo della testardaggine fiduciosa propria della cultura cinese, la barista acquista una nuova lavagna e continua la sua opera di alfabetizzazione da strada.

Passando, qualche giorno fa, ho notato la lavagna a terra e non collocata su quel casalingo cavalletto costituito dai braccioli e dallo schienale della sedia.

Perché?

Uno zelante (inteso, da dizionario, come colui che adempie con zelo le mansioni che gli sono state affidate) vigile urbano si accorge che la presenza di questa sedia aperta diminuisce lo spazio a disposizione per il passaggio dei pedoni e chiede di eliminarla.

La barista, facendo di nuovo ricorso alla pazienza testarda della cultura cinese, si adegua immediatamente alla richiesta dell’autorità e toglie la sedia, appoggiando la lavagna a terra, abbassata rispetto allo sguardo dei passanti.

Sono certo che la richiesta del vigile risponda ad una norma che definisce correttamente lo spazio minimo necessario per il passaggio dei pedoni.

Le città stanno votando il Regolamento Unesco per difendere la propria identità con diversi divieti che non ne snaturino la propria natura culturale. Propongo una piccola eccezione per un Regolamento Unesco al contrario per i portici di Bologna, peraltro candidati al riconoscimento Unesco. Diminuire di qualche centimetro lo spazio del passeggio, là dove il punto vendita attiva delle azioni di alfabetizzazione di strada.

Come sarebbe bello che non solo i locali gestiti da stranieri fornissero queste pillole di alfabetizzazione nelle loro lingue, ma che lo facessero anche quelli gestiti da italiani. In questo caso il fine non sarebbe tradurre in un’altra lingua una parola, ma narrare in italiano il significato di parole italiane, per gli stranieri e per gli italiani. Le ricerche infatti ci dicono che la media degli italiani utilizza e conosce il significato solo di poche centinaia di parole. Questo numero potrebbe incrementarsi notevolmente con questa iniziativa pedagogica di strada.

Pensare il portico come un “piccolo libro tascabile di accoglienza” attraverso le parole.

 

VIAREGGIO CARNEVALE IMPEGNATO

VIAREGGIO CARNEVALE IMPEGNATO

Impegnato è un aggettivo impegnativo, ma sono certo che sia adeguato a un Carnevale (link) che si impegna per fare divertire e, allo stesso tempo, fare riflettere.
Fin dalla mattina alla Cittadella, dove i vari carri escono dagli hangar e sono preparati per la sfilata, è chiaro che alla maestria artigianale e artistica nella costruzione di strutture e figure che sotto una pelle di cartapesta nascondono meccanismi raffinati che ne restituiscono l’anima si accompagna la voglia e la necessità di narrare storie che raccontano di noi e delle questioni che ci circondano e, spesso, ci preoccupano.
Questa sensazione si conferma al pomeriggio durante la sfilata dove i carri sono accompagnati da coreografie che impegnano, di volta in volta, decine di persone e ne dilatano con intelligenza e passione il senso. Una sfilata di carri e maschere, ma soprattutto una sfilata di storie che come le singole perle formano una collana che narra l’identità di questo carnevale.
Il carro vincitore Papaveri Rossi (di Umberto, Stefano e Michele Cinquini) prende ispirazione dalla poesia di John McCrae “Nei campi delle Fiandre”: la guerra ha tante maschere che raffigurano i potenti della terra e un solo volto, la morte dei caduti, circondati dai papaveri che sbocciano sui campi di battaglia. Il secondo classificato Aspettando Godot (di Alessandro Avanzini) mostra la gigantesca figura di una persona, forse un clochard, che con lo sguardo e la postura rappresenta la vana speranza di un cambiamento, testimoniata anche dalla pagina aperta del libro di Samuel Bechett “Aspettando Godot”. Il terzo classificato La pace di cristallo (di Fabrizio Galli) presenta la colomba della pace che sta per soccombere al proliferare di missili; il quarto E’ come credere alle favole ( di Jacopo Allegrucci) ospita un grande pifferaio magico che incanta i topi attraverso fake news che sono fabbricate dai poteri forti che si nascondono alle sue spalle.
Anche gli altri carri, sia di prima che di seconda categoria, le mascherate in gruppo e quelle isolate sono riusciti a coniugare la sorpresa e il divertimento carnevalesco coinvolgente suscitato da queste strutture in continuo movimento con un pensiero rivolto a ciò che ci deve fare riflettere.

Photo credits: Foto dell’Autore Carro Papaveri Rossi – Carnevale di Viareggio​