Alfabetizzazione di strada. Bing Bang. Tang Guo. Bing Qi Lin

Alfabetizzazione di strada. Bing Bang. Tang Guo. Bing Qi Lin

Nella città di Bologna –ma potrebbe essere qualsiasi altra città italiana- un paio di anni fa un bar d’angolo – tra Via Galliera e Via dei Mille – ha cambiato proprietà. Da proprietà italiana a cinese. Questo cambio di proprietà non è certo una novità. La novità è la sensibilità di chi gestisce il bar.

Da mesi, fuori dal Bar, appoggiata ai braccioli di una sedia con lo schienale rivolto alla parete del portico è collocata una piccola lavagna. Su questa lavagna è scritta con il gesso bianco l’intestazione del locale “Caffetteria Galliera” e la frase “Imparare il CINESE giorno per giorno”. Più sotto “La parola di oggi è …”. Segue la parola scritta in cinese con caratteri latini, poi con ideogrammi e infine la parola italiana che quel giorno viene tradotta.

La parola rimane immutata per tre-quattro giorni, giusto il tempo per memorizzarla. Poi si passa ad una nuova parola. In questi anni la lavagna ha ospitato parole che fanno riferimento al tempo, alle stagioni, alle parentele, ai sentimenti, ai luoghi, ai beni di consumo, ai cibi.

Un giorno qualcuno ruba la lavagna.

Reagendo con quella pazienza che sembra rassegnata ma che è sintomo della testardaggine fiduciosa propria della cultura cinese, la barista acquista una nuova lavagna e continua la sua opera di alfabetizzazione da strada.

Passando, qualche giorno fa, ho notato la lavagna a terra e non collocata su quel casalingo cavalletto costituito dai braccioli e dallo schienale della sedia.

Perché?

Uno zelante (inteso, da dizionario, come colui che adempie con zelo le mansioni che gli sono state affidate) vigile urbano si accorge che la presenza di questa sedia aperta diminuisce lo spazio a disposizione per il passaggio dei pedoni e chiede di eliminarla.

La barista, facendo di nuovo ricorso alla pazienza testarda della cultura cinese, si adegua immediatamente alla richiesta dell’autorità e toglie la sedia, appoggiando la lavagna a terra, abbassata rispetto allo sguardo dei passanti.

Sono certo che la richiesta del vigile risponda ad una norma che definisce correttamente lo spazio minimo necessario per il passaggio dei pedoni.

Le città stanno votando il Regolamento Unesco per difendere la propria identità con diversi divieti che non ne snaturino la propria natura culturale. Propongo una piccola eccezione per un Regolamento Unesco al contrario per i portici di Bologna, peraltro candidati al riconoscimento Unesco. Diminuire di qualche centimetro lo spazio del passeggio, là dove il punto vendita attiva delle azioni di alfabetizzazione di strada.

Come sarebbe bello che non solo i locali gestiti da stranieri fornissero queste pillole di alfabetizzazione nelle loro lingue, ma che lo facessero anche quelli gestiti da italiani. In questo caso il fine non sarebbe tradurre in un’altra lingua una parola, ma narrare in italiano il significato di parole italiane, per gli stranieri e per gli italiani. Le ricerche infatti ci dicono che la media degli italiani utilizza e conosce il significato solo di poche centinaia di parole. Questo numero potrebbe incrementarsi notevolmente con questa iniziativa pedagogica di strada.

Pensare il portico come un “piccolo libro tascabile di accoglienza” attraverso le parole.

 

VIAREGGIO CARNEVALE IMPEGNATO

VIAREGGIO CARNEVALE IMPEGNATO

Impegnato è un aggettivo impegnativo, ma sono certo che sia adeguato a un Carnevale (link) che si impegna per fare divertire e, allo stesso tempo, fare riflettere.
Fin dalla mattina alla Cittadella, dove i vari carri escono dagli hangar e sono preparati per la sfilata, è chiaro che alla maestria artigianale e artistica nella costruzione di strutture e figure che sotto una pelle di cartapesta nascondono meccanismi raffinati che ne restituiscono l’anima si accompagna la voglia e la necessità di narrare storie che raccontano di noi e delle questioni che ci circondano e, spesso, ci preoccupano.
Questa sensazione si conferma al pomeriggio durante la sfilata dove i carri sono accompagnati da coreografie che impegnano, di volta in volta, decine di persone e ne dilatano con intelligenza e passione il senso. Una sfilata di carri e maschere, ma soprattutto una sfilata di storie che come le singole perle formano una collana che narra l’identità di questo carnevale.
Il carro vincitore Papaveri Rossi (di Umberto, Stefano e Michele Cinquini) prende ispirazione dalla poesia di John McCrae “Nei campi delle Fiandre”: la guerra ha tante maschere che raffigurano i potenti della terra e un solo volto, la morte dei caduti, circondati dai papaveri che sbocciano sui campi di battaglia. Il secondo classificato Aspettando Godot (di Alessandro Avanzini) mostra la gigantesca figura di una persona, forse un clochard, che con lo sguardo e la postura rappresenta la vana speranza di un cambiamento, testimoniata anche dalla pagina aperta del libro di Samuel Bechett “Aspettando Godot”. Il terzo classificato La pace di cristallo (di Fabrizio Galli) presenta la colomba della pace che sta per soccombere al proliferare di missili; il quarto E’ come credere alle favole ( di Jacopo Allegrucci) ospita un grande pifferaio magico che incanta i topi attraverso fake news che sono fabbricate dai poteri forti che si nascondono alle sue spalle.
Anche gli altri carri, sia di prima che di seconda categoria, le mascherate in gruppo e quelle isolate sono riusciti a coniugare la sorpresa e il divertimento carnevalesco coinvolgente suscitato da queste strutture in continuo movimento con un pensiero rivolto a ciò che ci deve fare riflettere.

Photo credits: Foto dell’Autore Carro Papaveri Rossi – Carnevale di Viareggio​