FATTI O OPINIONI?

FATTI O OPINIONI?

Fino a che punto siamo in grado di distinguere i fatti dalle opinioni? Da un lato notizie che possono essere provate o smentite da prove oggettive. Dall’altro notizie che riflettono in maniera esplicita unicamente i valori, le credenze e le opinioni di chi le esprime.

Alla domanda ha risposto una recente ricerca del Pew Research Center su un campione rappresentativo della popolazione statunitense.

Perché riuscire a distinguere tra notizie basate su fatti e notizie basate su opinioni è importante? Perché i nostri atteggiamenti, le nostre opinioni, i nostri comportamenti sono influenzati dalle conoscenze e dalle informazioni che abbiamo. E confondere i fatti con le opinioni ha certamente implicazioni significative a livello sociale.

La ricerca ha misurato l’abilità nel distinguere tra cinque affermazioni fattuali e cinque incentrate su opinioni. La maggioranza degli statunitensi ha identificato in maniera corretta tre delle cinque affermazioni di ognuna delle due categorie. Se ci pensiamo bene si tratta di una percentuale attorno alla media che si può ottenere con risposte a caso.

Solo il 26% ha individuato tutte e cinque le notizie basate su fatti e il 35% sulle opinioni. Il 24% ha individuato 4 notizie fattuali o opinioni. Il 28% ha riconosciuto solo due o meno notizie basate sui fatti e il 22% sulle opinioni.

Quindi un quarto degli statunitensi non distingue tra notizie basate sui fatti e notizie basate sulle opinioni e solo metà della popolazione le riconosce con una sufficiente approssimazione.

Questa è la media statistica.

Ma quali sono le variabili che ci permettono di capire più in profondità perché una persona riesce a fornire più risposte corrette rispetto ad un’altra?

In questo studio le principali variabili individuate sono: consapevolezza politica, competenza digitale, appartenenza politica, fiducia nell’informazione, interesse nell’informazione.

Chi ha una maggiore consapevolezza politica identifica in maniera più corretta le informazioni basate su fatti e quelle basate su opinioni.

Teniamo conto che per Pew Research Center il 34% della popolazione ha una elevata consapevolezza politica, il 38% moderata e il 28% bassa.

Tutte e cinque le frasi fattuali sono state riconosciute tali dal 36% di chi ha elevata consapevolezza politica e dal 17% da quelli con bassa consapevolezza; il 24%, moderata. Il 45% di chi ha bassa consapevolezza ha fornito due o meno risposte corrette.

Una differenza analoga, seppure meno marcata, per le informazioni basate su opinioni. Tutte e cinque sono state riconosciute in maniera corretta dal 45% di chi ha alta consapevolezza politica e dal 29% da chi ne ha bassa. Moderata, 29%.

Chi ha una maggiore competenza digitale distingue meglio le informazioni basate su fatti dalle informazioni basate su opinioni.

Il 35% e il 44% di chi ha maggiore competenza digitale distingue correttamente rispettivamente le cinque notizie basate su fatti da quelle basate su opinioni. Queste proporzioni scendono al 13% e al 21% tra chi non ha competenze digitali.

Chi ha maggiore fiducia nell’informazione distingue in maniera più corretta le informazioni basate su fatti e quelle basate su opinioni.

Il 39% e il 44% di chi ha fiducia nelle testate informative nazionali distingue correttamente rispettivamente le cinque notizie basate su fatti e quelle basate su opinioni. Chi non ha fiducia nei media fatica molto a distinguere le notizie basate su fatti, 18%, e meno quelle basate su opinioni, 30%.

Il maggiore interesse nell’informazione non incide significativamente sulla capacità di distinguere tra notizie basate su fatti o su opinioni.

Una differenza, più esigua, esiste sul riconoscimento delle notizie fattuali: 32% tra chi è interessato e 24% tra chi non è interessato alla informazione. La situazione si ribalta sulle informazioni basate sulle

opinioni: sono riconosciute in maniera corretta dal 36% dei molto interessati e dal 39% dei disinteressati.

L’appartenenza politica porta a classificare come fattuali le informazioni che favoriscono la propria parte politica, indipendentemente dall’essere basate su fatti o su opinioni.

Pur se sono state individuate differenze rispetto alla preferenze partitiche (il 78% dei democratici ha classificato correttamente almeno tre delle affermazioni fattuali rispetto al 68% dei repubblicani) le differenze significative sono state riscontrate quando queste affermazioni si avvicinavano o sovrapponevano alle posizioni politiche dei partiti di riferimento.

Per esempio, l’affermazione “Il Presidente Obama è nato negli Stati Uniti”, che può essere percepita come più vicina a opinioni politiche di sinistra piuttosto che di destra, è stata identificata come basata su fatti dall’89% dei democratici e dal 63% dei repubblicani. All’opposto il 37% dei democratici ha classificato come fattuale (rispetto al 17% dei repubblicani) una notizia basata su una opinione vicina a posizioni di sinistra: “Aumentare il salario minimo federale a 15 dollari l’ora è essenziale per la salute dell’economia statunitense”.

A chi rispondeva che certe affermazioni erano fattuali veniva poi richiesto se le ritenevano accurate o meno. La stragrande maggioranza di chi ha classificato le affermazioni come fattuali –indipendentemente dal fatto che lo fossero realmente- le ha ritenute esatte. Il che ci porta a credere che la presenza di prove oggettive rispetto a certe affermazioni ci porta a credere non solo che quelle affermazioni si basano su fatti, ma che si basano su fatti riportati con esattezza.

Quando gli americani vedono una notizia come fattuale, la stragrande maggioranza la ritiene esatta. Ciò vale per entrambe le dichiarazioni, che sono state correttamente e erroneamente identificate come fattuali, anche se piccole porzioni del pubblico hanno definito le dichiarazioni sia fattuali che inesatte.

Quando gli americani hanno classificato erroneamente le affermazioni fattuali come opinioni, il più delle volte sono in disaccordo con l’affermazione. Tuttavia, nel classificare correttamente le opinioni in quanto tali, gli americani hanno espresso più di un mix di consenso e disaccordo con la dichiarazione.

Il ruolo della formazione ha una chiara incidenza: a maggiore livello di istruzione corrisponde maggiore capacità di individuare correttamente le affermazioni fattuali e le opinioni con proporzioni simili alla consapevolezza politica e alla competenza digitale.

I ricercatori rilevano, però, che la consapevolezza politica e la competenza digitale hanno un’influenza che va al di là dell’istruzione. Considerando le persone di tutti i livelli di istruzione è la consapevolezza politica che maggiormente influenza la capacità di classificare correttamente le affermazioni. Rispetto alle competenze digitali, che abbiamo visto essere una variabile influente, più che il livello di istruzione è l’età che influisce sulla capacità di classificare in maniera corretta le affermazioni. Questa capacità decresce dai cinquant’anni in su.

In un contesto in cui il consumo di informazione è sempre più multipiattaforma, frammentato e veloce questa scarsa capacità di distinguere le informazioni fattuali dalle opinioni deve fare riflettere. La ricerca individua anche quali sono le variabili –in primo luogo la consapevolezza politica e la competenza digitale- su cui si può operare per aumentare la capacità di classificare le informazioni con cui entriamo in contatto.

Online il secondo video della trilogia di Luis Sal sulla bellezza di Bologna

Online il secondo video della trilogia di Luis Sal sulla bellezza di Bologna

Online il secondo video firmato dal giovane youtuber bolognese Luis Sal sul canale Youtube del Comune di Bologna, sulla pagina Facebook di Iperbole e sui canali social della Card Musei Metropolitani.

In questo nuovo video, voluto dal Comune di Bologna per promuovere la bellezza del patrimonio artistico e culturale della città e le opportunità offerte dalla Card Musei Metropolitani, un Luis Sal in salsa tutta americana accompagna gli spettatori fra alcuni dei luoghi più suggestivi dell’area metropolitana di Bologna.

Luis Sal, giovane youtuber bolognese il cui successo è dimostrato da milioni di visualizzazioni online, è il volto scelto dal Comune per questo progetto di promozione che prevede la realizzazione di tre video che raccontano la bellezza della città da una prospettiva differente e con un linguaggio tutt’altro che convenzionale, capace di raggiungere anche il pubblico più giovane.

Ecco a voi il nuovo video:

Quando uno youtuber promuove la cultura

Quando uno youtuber promuove la cultura

Il Comune di Bologna sceglie il giovane youtuber Luis Sal per promuovere il patrimonio artistico culturale della città.

Luis Sal, giovane youtuber bolognese il cui successo è scandito da milioni di visualizzazioni online, è il volto scelto dal Comune di Bologna per promuovere la bellezza del patrimonio artistico e culturale della città e le opportunità offerte dalla Card Musei Metropolitani di Bologna, l’abbonamento annuale che garantisce accesso gratuito a 31 musei della Città Metropolitana e molte altre agevolazioni alla fruizione culturale.

Luis ha messo il suo talento a disposizione realizzando tre video – il primo dei quali online da oggi – che raccontano la bellezza della città da una prospettiva differente e con un linguaggio tutt’altro che convenzionale e capace di raggiungere anche il pubblico più giovane. Una nuova sfida per il videomaker che per la prima volta si è confrontato con un’istituzione e con temi legati alla promozione dell’arte e della cultura, mantenendo lo stile innovativo e l’umorismo irriverente che caratterizza tutte le sue produzioni.

Non c’è nulla di scontato o già visto nel modo di comunicare di Luis Sal. Capace di catturare l’attenzione e di divertire grazie a un’efficace miscela di idee imprevedibili, ironia e umorismo, nei suoi video si racconta per quello che è: un ventenne con obiettivi ben chiari e l’ambizione a fare sempre meglio, che affronta lavoro, viaggi, vita quotidiana, surreali pizze giganti e improbabili palline di alluminio con uno stile inconfondibile, sia dal punto di vista narrativo che del montaggio. Dal 2017 Luis ha realizzato 540.000 iscritti e 50 milioni di visualizzazioni sul suo canale Youtube, e oltre 20 milioni di visualizzazioni su altri canali, mentre registra 482.000 follower su Instagram, con una media di 90.000 like per post.

Da oggi il suo originale modo di raccontare promuoverà la bellezza di Bologna, senza smettere di far ridere, divertire e sorprendere. Un modo fresco e nuovo sul quale l’amministrazione comunale ha scommesso per raccontare la città e le proposte in campo e per facilitare il più possibile l’accesso al patrimonio artistico e culturale di tutta l’area metropolitana.

 

Alfabetizzazione di strada. Bing Bang. Tang Guo. Bing Qi Lin

Alfabetizzazione di strada. Bing Bang. Tang Guo. Bing Qi Lin

Nella città di Bologna –ma potrebbe essere qualsiasi altra città italiana- un paio di anni fa un bar d’angolo – tra Via Galliera e Via dei Mille – ha cambiato proprietà. Da proprietà italiana a cinese. Questo cambio di proprietà non è certo una novità. La novità è la sensibilità di chi gestisce il bar.

Da mesi, fuori dal Bar, appoggiata ai braccioli di una sedia con lo schienale rivolto alla parete del portico è collocata una piccola lavagna. Su questa lavagna è scritta con il gesso bianco l’intestazione del locale “Caffetteria Galliera” e la frase “Imparare il CINESE giorno per giorno”. Più sotto “La parola di oggi è …”. Segue la parola scritta in cinese con caratteri latini, poi con ideogrammi e infine la parola italiana che quel giorno viene tradotta.

La parola rimane immutata per tre-quattro giorni, giusto il tempo per memorizzarla. Poi si passa ad una nuova parola. In questi anni la lavagna ha ospitato parole che fanno riferimento al tempo, alle stagioni, alle parentele, ai sentimenti, ai luoghi, ai beni di consumo, ai cibi.

Un giorno qualcuno ruba la lavagna.

Reagendo con quella pazienza che sembra rassegnata ma che è sintomo della testardaggine fiduciosa propria della cultura cinese, la barista acquista una nuova lavagna e continua la sua opera di alfabetizzazione da strada.

Passando, qualche giorno fa, ho notato la lavagna a terra e non collocata su quel casalingo cavalletto costituito dai braccioli e dallo schienale della sedia.

Perché?

Uno zelante (inteso, da dizionario, come colui che adempie con zelo le mansioni che gli sono state affidate) vigile urbano si accorge che la presenza di questa sedia aperta diminuisce lo spazio a disposizione per il passaggio dei pedoni e chiede di eliminarla.

La barista, facendo di nuovo ricorso alla pazienza testarda della cultura cinese, si adegua immediatamente alla richiesta dell’autorità e toglie la sedia, appoggiando la lavagna a terra, abbassata rispetto allo sguardo dei passanti.

Sono certo che la richiesta del vigile risponda ad una norma che definisce correttamente lo spazio minimo necessario per il passaggio dei pedoni.

Le città stanno votando il Regolamento Unesco per difendere la propria identità con diversi divieti che non ne snaturino la propria natura culturale. Propongo una piccola eccezione per un Regolamento Unesco al contrario per i portici di Bologna, peraltro candidati al riconoscimento Unesco. Diminuire di qualche centimetro lo spazio del passeggio, là dove il punto vendita attiva delle azioni di alfabetizzazione di strada.

Come sarebbe bello che non solo i locali gestiti da stranieri fornissero queste pillole di alfabetizzazione nelle loro lingue, ma che lo facessero anche quelli gestiti da italiani. In questo caso il fine non sarebbe tradurre in un’altra lingua una parola, ma narrare in italiano il significato di parole italiane, per gli stranieri e per gli italiani. Le ricerche infatti ci dicono che la media degli italiani utilizza e conosce il significato solo di poche centinaia di parole. Questo numero potrebbe incrementarsi notevolmente con questa iniziativa pedagogica di strada.

Pensare il portico come un “piccolo libro tascabile di accoglienza” attraverso le parole.

 

IL FASCINO SEGRETO DEGLI OGGETTI

IL FASCINO SEGRETO DEGLI OGGETTI

Come leggere le tante storie che raccontano gli oggetti dei musei? Come creare narrazioni sempre nuove? Come rileggere le opere del Museo Civico Archeologico della città di Bologna collocandole in percorsi originali costellati di dialoghi e corrispondenze che si dipanano in una ideale galleria del tempo che va dal 1522 al dopoguerra? Gli snodi di questo inedito racconto sono diciotto personaggi legati allo sviluppo del Museo. E’ stata così creata la narrazione dell’evoluzione dello sguardo e del modo di guardare all’antico, dal Seicento fino alla nascita della scienza archeologica e delle moderne strutture di valorizzazione e di tutela nel Novecento. Un bell’apparato comunicativo intreccia il crescere delle collezioni con le vicende storico-politiche, culturali, sociali. Un racconto a più voci che proietta Bologna in un panorama italiano ed europeo già a partire dal XVI secolo.

La bella mostra RITRATTI DI FAMIGLIA. Personaggi, oggetti, storie del Museo Civico fra Bologna, l’Italia e l’Europa, a cura di Paola Giovetti e Anna Dore, nasce da una necessità. Come continuare a garantire, valorizzandola ulteriormente, la fruizione di una parte consistente delle collezioni situate al primo piano del museo, non accessibili al pubblico per lunghi lavori alla copertura.

Ho colto l’invito del Museo a pensare una passeggiata all’interno della mostra. La mia proposta si è concentrata sui tanti significati, anche nascosti, di cui i singoli oggetti sono portatori. Gli oggetti esposti rappresentano sicuramente la quotidianità dei modi di vivere del tempo in cui sono stati creati perché rispondono a una precisa funzione d’uso. Ma sono anche portatori di significati altri, che vanno al di là del loro utilizzo funzionale per allargarsi al campo del simbolico. Si va da funzioni estetiche a funzioni magiche, da funzioni rituali a comunicative, comunitarie, propagandistiche. Sono oggetti che rappresentano in maniera fedele il reale, ma allo stesso tempo sono anche in grado di costruire un mondo altro.

Solo pochi passaggi, lampi che illuminano alcuni dei 350 oggetti in mostra.

Già in apertura la Gemma romana con scorpione in diaspro giallo si è vista attribuire la funzione magico-religiosa delle cosiddette “gemme magiche o gnostiche”, diffuse in tutto l’impero romano dalla metà del II al III secolo d.C. Ma l’assenza di iscrizioni ci fa dire che probabilmente aveva una funzione altra: un talismano contro le punture dello scorpione.

Da un fraintendimento sull’attribuzione delle funzioni passiamo a un caso di sovrapposizione tra funzioni d’uso evidenti e funzioni simboliche più nascoste, da scoprire.

L’Urna cineraria etrusca in terracotta del II secolo a.C. ricopriva la funzione d’uso di contenere la ceneri del defunto e di rappresentarlo attraverso una scultura che sormontava l’urna. La cassa è poi decorata con l’episodio culminante del mito dei Sette a Tebe. I figli di Edipo, Eteocle e Polinice, si uccidono a vicenda, secondo il destino profetizzato per loro dal padre. Perché è l’immagine di questa violenza tragica che avvolge la parete dell’urna? E’ evidente che non ha a che fare con la funzione d’uso di contenere le ceneri, ma con una funzione altra, simbolica. Presumibilmente la scelta di questo mito ha introdotto una funzione che oggi definiremo di comunicazione pubblica. L’autorità del tempo utilizzava la narrazione di questo mito come monito contro le divisioni della comunità cittadina nel momento critico della romanizzazione.

Un oggetto che racchiude al proprio interno non solo una pluralità di funzioni, ma è esso stesso nella propria singolarità l’emblema di qualche cosa di straordinario è la Specchio etrusco di bronzo inciso, “patera cospiana”.

Lo specchio, rinvenuto verso il 1630 in una tomba dove era utilizzato come coperchio del cinerario, entrò a far parte della collezione del marchese Cospi. Per la particolarità della sua decorazione e la presenza di iscrizioni, lo specchio destò subito molta curiosità tra gli eruditi del tempo e fu spesso citato e riprodotto in manoscritti e lavori a stampa. Nella letteratura colta dal ‘600 in poi è noto come “patera”. Un caso ulteriore di fraintendimento della funzione d’uso. A quell’epoca si pensava che questi oggetti fossero stati costruiti come vasi per libagioni. Solo successivamente è stata svelata la loro vera funzione: specchi. Ma il racconto straordinario che contiene questo specchio è altro e deriva dall’essere

stato incluso nelle maggiori opere di antiquaria etrusca. In effetti il lato decorato che ritrae la nascita di Atena/ Minerva che esce, armata, dalla testa di Tinia, lo Zeus etrusco, è effettivamente affascinante e vale il viaggio che fece verso Parigi dove nel 1791 erano state statalizzate le raccolte di opere d’arte del Re di Francia. Il Museo del Louvre assume così il ruolo di Museo Centrale delle Arti della Repubblica e risponde al diritto di tutti alla fruizione libera e gratuita dei Musei che diventano Pubbliche Istituzioni per l’Educazione dei Cittadini.

Negli anni della dominazione giacobina napoleonica della città di Bologna una parte significativa del patrimonio artistico, archeologico e librario della città è sottoposta a requisizione per arricchire le istituzioni culturali francesi, in particolare il Louvre. Napoleone aveva infatti innovato la modalità di pagare i danni di guerra: attraverso la consegna di opere d’arte. D’altra parte Parigi e la Francia non erano forse il luogo dove “le migliori tracce dell’ingegno possono vivere infine in una terra libera”, come era scritto sui cartelli apposti ai lati dei carri delle opere requisite? Il 27-28 luglio 1798 arrivano a Parigi le opere italiane tra cui, da Bologna, codici e manoscritti, dipinti delle soppresse istituzioni religiose, oggetti archeologici dall’Istituto delle Scienze, tra cui la nostra Patera cospiana. Anch’essa finalmente “liberata e democratizzata” a beneficio dei cittadini francesi in visita al Louvre. Successivamente è rientrata a Bologna tra i beni recuperati nella trattativa portata avanti per il papato da Antonio Canova. Inscritta nella patera cospiana c’è dunque questa avventura che dà il via, anche nello stato pontificio, all’apertura, per la prima volta, di un dibattito sulla valenza pubblica del bene culturale, anche se di proprietà privata. Successivamente vengono proposti i primi assaggi di una legislazione per la tutela dei beni culturali.

Noi usiamo gli oggetti antichi che custodiamo nei nostri musei per raccontare principalmente le storie affascinanti di tempi passati. Spesso dimentichiamo che ogni oggetto è esso stesso un intrigante intreccio di storie, valori e simboli che parlano anche del nostro presente e del futuro.

ARCHIVI FOTOGRAFICI D’IMPRESA. PERCHE’?

ARCHIVI FOTOGRAFICI D’IMPRESA. PERCHE’?

Perché costituire fondi fotografici d’impresa? Che fare di queste foto? Come renderle pubbliche? Questi temi sono stati approfonditi nell’incontro “Patrimonio industriale: fabbrica, società, territorio” tenuto al Museo del Patrimonio Industriale di Bologna. Si è parlato di fondi fotografici storici che hanno a soggetto l’impresa. Sono stati presentati fondi di grande valore da parte di soggetti pubblici e privati. L’archivio fotografico del Museo del Patrimonio Industriale di Bologna, illustrato dalla direttrice Maura Grandi, copre un secolo di storia della prima scuola tecnica italiana, “Aldini-Valeriani”, e possiede foto di uno dei primi studi cittadini attivi nel campo della fotografia pubblicitaria.

Lo studio Villani di Bologna è stato il più importante atelier fotografico italiano del xx secolo tra industria, arte, storia. Come illustrato da Tito Menziani (Università di Bologna) sono foto industriali che hanno stabilito all’epoca un canone scenografico poi condiviso da altri. Si tratta di foto impostate visibilmente influenzate dalla motivazione della committenza. Ecco perché gli interni delle fabbriche sono ordinati, puliti con operai in posa che indossano grembiuli di lavoro candidi. L’archivio Storico fotografico AEM, presentato dal responsabile scientifico Fondazione AEM Fabrizio Trisoglio, illustra, a partire dall’inizio del ‘900 fino ai giorni nostri, la nascita e lo sviluppo dell’azienda elettrica municipalizzata e i cambiamenti storico-economici, sociali e politici della città di Milano. Caterina Ghelfi, responsabile del Gelato Museum Carpigiani, suddivide le foto dell’Archivio Storico in quattro categorie. Scene di consumo di gelato, immagini delle fiere di gelato nel mondo, foto tecniche di macchine per gelato e foto storiche del primo stabilimento.
La Ducati, presentata dal curatore del Museo Livio Lodi, utilizza il proprio patrimonio fotografico sia per illustrare la storia del marchio sul sito sia come valore aggiunto per incrementare il senso di appartenenza dei “ducatisti” al brand. Il sindacato Fiom di Bologna utilizza, a parere di Gianni Bortolini, il proprio patrimonio fotografico per illustrare i 115 anni della propria storia e come documentazione delle lotte operaie nel territorio. In questo caso il soggetto del fondo fotografico si allarga dalla impresa alle tematiche del lavoro nella sua complessità.

Dal dibattito è infatti emerso che attorno ai fondi fotografici delle imprese, o che hanno a soggetto imprese, l’universo rappresentato si dilata sempre al di fuori della singola fabbrica. Questa documentazione fotografica si propone quindi anche come testimonianza dei passaggi storici dello sviluppo economico di un territorio e delle sue dinamiche. In questo contesto le chiavi di lettura offerte dal documento fotografico sono molteplici: dal lavoro alla produzione, dal luogo di fabbrica al suo impatto sul territorio, dall’evoluzione degli stili di consumo e di vita alle tensioni sociali.

La riflessione sugli archivi storici fotografici si inserisce, ovviamente, anche all’interno del dibattito sul mutato ruolo della fotografia. Questi archivi storici fanno infatti riferimento a un’epoca in cui la fotografia non aveva la diffusione pervasiva odierna. I singoli scatti contenuti negli archivi hanno, proprio perché “rari”, un significato documentario e di fonte di ricerca diverso da quella delle foto attuali. Fino a che punto si può ipotizzare che la facilità di scattare foto e farle circolare nella rete in un flusso pressoché continuo si accompagna a una perdita progressiva di significato dei singoli fotogrammi? E che conseguenze questo fenomeno ha sul senso delle immagini degli archivi storici?

Un altro tema importante è il rapporto tra il contenitore e il contenuto che incide sulla percezione delle collezioni. In alcuni casi gli archivi sono collocati all’interno della sede storica dell’impresa, magari ristrutturata, di cui documentano la storia. In altri casi sono all’interno della struttura museale dell’impresa stessa. Vi sono poi archivi collocati all’interno di istituzioni che non hanno a che fare direttamente con l’impresa in quanto collezionano foto come parte della propria missione di conservazione di documenti, come nel caso di musei pubblici e fondazioni.

Comune a tutte le istituzioni pubbliche e private che possiedono archivi storici fotografici di impresa è la necessità di presentare le collezioni al pubblico. Eloisa Betti (Università di Bologna) e Carlo De Maria (Università di Bologna e presidente Associazione Clionet) hanno collocato questa necessità all’interno della Public History, che si pone l’obiettivo di generare e diffondere il sapere storico presso i pubblici più diversi, servendosi di qualsiasi medium a disposizione. Oggi i modi attraverso i quali si sperimenta la conoscenza, possibilmente coinvolgente e partecipata, del patrimonio fotografico storico di impresa si stanno effettivamente ampliando. E’ una attività di divulgazione che avviene attraverso mostre temporanee, collezioni permanenti, festival. Ma anche libri, giornali, riviste, siti internet, blog, ebook, trasmissioni radio e televisive.

Da ultimo è importante ribadire il ruolo dei musei pubblici che, come quello di Bologna, hanno una importante documentazione materiale sul patrimonio industriale del territorio. Proprio perché sono istituzioni che hanno materiali che fanno riferimento a varie imprese e non sono quindi legati a singoli interessi, possono rappresentare lo spazio di discussione, approfondimento, ricerca e divulgazione comune a tutti coloro che sono interessati alla conoscenza del patrimonio industriale come componente identitaria significativa di un territorio.