Quando uno youtuber promuove la cultura

Quando uno youtuber promuove la cultura

Il Comune di Bologna sceglie il giovane youtuber Luis Sal per promuovere il patrimonio artistico culturale della città.

Luis Sal, giovane youtuber bolognese il cui successo è scandito da milioni di visualizzazioni online, è il volto scelto dal Comune di Bologna per promuovere la bellezza del patrimonio artistico e culturale della città e le opportunità offerte dalla Card Musei Metropolitani di Bologna, l’abbonamento annuale che garantisce accesso gratuito a 31 musei della Città Metropolitana e molte altre agevolazioni alla fruizione culturale.

Luis ha messo il suo talento a disposizione realizzando tre video – il primo dei quali online da oggi – che raccontano la bellezza della città da una prospettiva differente e con un linguaggio tutt’altro che convenzionale e capace di raggiungere anche il pubblico più giovane. Una nuova sfida per il videomaker che per la prima volta si è confrontato con un’istituzione e con temi legati alla promozione dell’arte e della cultura, mantenendo lo stile innovativo e l’umorismo irriverente che caratterizza tutte le sue produzioni.

Non c’è nulla di scontato o già visto nel modo di comunicare di Luis Sal. Capace di catturare l’attenzione e di divertire grazie a un’efficace miscela di idee imprevedibili, ironia e umorismo, nei suoi video si racconta per quello che è: un ventenne con obiettivi ben chiari e l’ambizione a fare sempre meglio, che affronta lavoro, viaggi, vita quotidiana, surreali pizze giganti e improbabili palline di alluminio con uno stile inconfondibile, sia dal punto di vista narrativo che del montaggio. Dal 2017 Luis ha realizzato 540.000 iscritti e 50 milioni di visualizzazioni sul suo canale Youtube, e oltre 20 milioni di visualizzazioni su altri canali, mentre registra 482.000 follower su Instagram, con una media di 90.000 like per post.

Da oggi il suo originale modo di raccontare promuoverà la bellezza di Bologna, senza smettere di far ridere, divertire e sorprendere. Un modo fresco e nuovo sul quale l’amministrazione comunale ha scommesso per raccontare la città e le proposte in campo e per facilitare il più possibile l’accesso al patrimonio artistico e culturale di tutta l’area metropolitana.

 

Alfabetizzazione di strada. Bing Bang. Tang Guo. Bing Qi Lin

Alfabetizzazione di strada. Bing Bang. Tang Guo. Bing Qi Lin

Nella città di Bologna –ma potrebbe essere qualsiasi altra città italiana- un paio di anni fa un bar d’angolo – tra Via Galliera e Via dei Mille – ha cambiato proprietà. Da proprietà italiana a cinese. Questo cambio di proprietà non è certo una novità. La novità è la sensibilità di chi gestisce il bar.

Da mesi, fuori dal Bar, appoggiata ai braccioli di una sedia con lo schienale rivolto alla parete del portico è collocata una piccola lavagna. Su questa lavagna è scritta con il gesso bianco l’intestazione del locale “Caffetteria Galliera” e la frase “Imparare il CINESE giorno per giorno”. Più sotto “La parola di oggi è …”. Segue la parola scritta in cinese con caratteri latini, poi con ideogrammi e infine la parola italiana che quel giorno viene tradotta.

La parola rimane immutata per tre-quattro giorni, giusto il tempo per memorizzarla. Poi si passa ad una nuova parola. In questi anni la lavagna ha ospitato parole che fanno riferimento al tempo, alle stagioni, alle parentele, ai sentimenti, ai luoghi, ai beni di consumo, ai cibi.

Un giorno qualcuno ruba la lavagna.

Reagendo con quella pazienza che sembra rassegnata ma che è sintomo della testardaggine fiduciosa propria della cultura cinese, la barista acquista una nuova lavagna e continua la sua opera di alfabetizzazione da strada.

Passando, qualche giorno fa, ho notato la lavagna a terra e non collocata su quel casalingo cavalletto costituito dai braccioli e dallo schienale della sedia.

Perché?

Uno zelante (inteso, da dizionario, come colui che adempie con zelo le mansioni che gli sono state affidate) vigile urbano si accorge che la presenza di questa sedia aperta diminuisce lo spazio a disposizione per il passaggio dei pedoni e chiede di eliminarla.

La barista, facendo di nuovo ricorso alla pazienza testarda della cultura cinese, si adegua immediatamente alla richiesta dell’autorità e toglie la sedia, appoggiando la lavagna a terra, abbassata rispetto allo sguardo dei passanti.

Sono certo che la richiesta del vigile risponda ad una norma che definisce correttamente lo spazio minimo necessario per il passaggio dei pedoni.

Le città stanno votando il Regolamento Unesco per difendere la propria identità con diversi divieti che non ne snaturino la propria natura culturale. Propongo una piccola eccezione per un Regolamento Unesco al contrario per i portici di Bologna, peraltro candidati al riconoscimento Unesco. Diminuire di qualche centimetro lo spazio del passeggio, là dove il punto vendita attiva delle azioni di alfabetizzazione di strada.

Come sarebbe bello che non solo i locali gestiti da stranieri fornissero queste pillole di alfabetizzazione nelle loro lingue, ma che lo facessero anche quelli gestiti da italiani. In questo caso il fine non sarebbe tradurre in un’altra lingua una parola, ma narrare in italiano il significato di parole italiane, per gli stranieri e per gli italiani. Le ricerche infatti ci dicono che la media degli italiani utilizza e conosce il significato solo di poche centinaia di parole. Questo numero potrebbe incrementarsi notevolmente con questa iniziativa pedagogica di strada.

Pensare il portico come un “piccolo libro tascabile di accoglienza” attraverso le parole.

 

IL FASCINO SEGRETO DEGLI OGGETTI

IL FASCINO SEGRETO DEGLI OGGETTI

Come leggere le tante storie che raccontano gli oggetti dei musei? Come creare narrazioni sempre nuove? Come rileggere le opere del Museo Civico Archeologico della città di Bologna collocandole in percorsi originali costellati di dialoghi e corrispondenze che si dipanano in una ideale galleria del tempo che va dal 1522 al dopoguerra? Gli snodi di questo inedito racconto sono diciotto personaggi legati allo sviluppo del Museo. E’ stata così creata la narrazione dell’evoluzione dello sguardo e del modo di guardare all’antico, dal Seicento fino alla nascita della scienza archeologica e delle moderne strutture di valorizzazione e di tutela nel Novecento. Un bell’apparato comunicativo intreccia il crescere delle collezioni con le vicende storico-politiche, culturali, sociali. Un racconto a più voci che proietta Bologna in un panorama italiano ed europeo già a partire dal XVI secolo.

La bella mostra RITRATTI DI FAMIGLIA. Personaggi, oggetti, storie del Museo Civico fra Bologna, l’Italia e l’Europa, a cura di Paola Giovetti e Anna Dore, nasce da una necessità. Come continuare a garantire, valorizzandola ulteriormente, la fruizione di una parte consistente delle collezioni situate al primo piano del museo, non accessibili al pubblico per lunghi lavori alla copertura.

Ho colto l’invito del Museo a pensare una passeggiata all’interno della mostra. La mia proposta si è concentrata sui tanti significati, anche nascosti, di cui i singoli oggetti sono portatori. Gli oggetti esposti rappresentano sicuramente la quotidianità dei modi di vivere del tempo in cui sono stati creati perché rispondono a una precisa funzione d’uso. Ma sono anche portatori di significati altri, che vanno al di là del loro utilizzo funzionale per allargarsi al campo del simbolico. Si va da funzioni estetiche a funzioni magiche, da funzioni rituali a comunicative, comunitarie, propagandistiche. Sono oggetti che rappresentano in maniera fedele il reale, ma allo stesso tempo sono anche in grado di costruire un mondo altro.

Solo pochi passaggi, lampi che illuminano alcuni dei 350 oggetti in mostra.

Già in apertura la Gemma romana con scorpione in diaspro giallo si è vista attribuire la funzione magico-religiosa delle cosiddette “gemme magiche o gnostiche”, diffuse in tutto l’impero romano dalla metà del II al III secolo d.C. Ma l’assenza di iscrizioni ci fa dire che probabilmente aveva una funzione altra: un talismano contro le punture dello scorpione.

Da un fraintendimento sull’attribuzione delle funzioni passiamo a un caso di sovrapposizione tra funzioni d’uso evidenti e funzioni simboliche più nascoste, da scoprire.

L’Urna cineraria etrusca in terracotta del II secolo a.C. ricopriva la funzione d’uso di contenere la ceneri del defunto e di rappresentarlo attraverso una scultura che sormontava l’urna. La cassa è poi decorata con l’episodio culminante del mito dei Sette a Tebe. I figli di Edipo, Eteocle e Polinice, si uccidono a vicenda, secondo il destino profetizzato per loro dal padre. Perché è l’immagine di questa violenza tragica che avvolge la parete dell’urna? E’ evidente che non ha a che fare con la funzione d’uso di contenere le ceneri, ma con una funzione altra, simbolica. Presumibilmente la scelta di questo mito ha introdotto una funzione che oggi definiremo di comunicazione pubblica. L’autorità del tempo utilizzava la narrazione di questo mito come monito contro le divisioni della comunità cittadina nel momento critico della romanizzazione.

Un oggetto che racchiude al proprio interno non solo una pluralità di funzioni, ma è esso stesso nella propria singolarità l’emblema di qualche cosa di straordinario è la Specchio etrusco di bronzo inciso, “patera cospiana”.

Lo specchio, rinvenuto verso il 1630 in una tomba dove era utilizzato come coperchio del cinerario, entrò a far parte della collezione del marchese Cospi. Per la particolarità della sua decorazione e la presenza di iscrizioni, lo specchio destò subito molta curiosità tra gli eruditi del tempo e fu spesso citato e riprodotto in manoscritti e lavori a stampa. Nella letteratura colta dal ‘600 in poi è noto come “patera”. Un caso ulteriore di fraintendimento della funzione d’uso. A quell’epoca si pensava che questi oggetti fossero stati costruiti come vasi per libagioni. Solo successivamente è stata svelata la loro vera funzione: specchi. Ma il racconto straordinario che contiene questo specchio è altro e deriva dall’essere

stato incluso nelle maggiori opere di antiquaria etrusca. In effetti il lato decorato che ritrae la nascita di Atena/ Minerva che esce, armata, dalla testa di Tinia, lo Zeus etrusco, è effettivamente affascinante e vale il viaggio che fece verso Parigi dove nel 1791 erano state statalizzate le raccolte di opere d’arte del Re di Francia. Il Museo del Louvre assume così il ruolo di Museo Centrale delle Arti della Repubblica e risponde al diritto di tutti alla fruizione libera e gratuita dei Musei che diventano Pubbliche Istituzioni per l’Educazione dei Cittadini.

Negli anni della dominazione giacobina napoleonica della città di Bologna una parte significativa del patrimonio artistico, archeologico e librario della città è sottoposta a requisizione per arricchire le istituzioni culturali francesi, in particolare il Louvre. Napoleone aveva infatti innovato la modalità di pagare i danni di guerra: attraverso la consegna di opere d’arte. D’altra parte Parigi e la Francia non erano forse il luogo dove “le migliori tracce dell’ingegno possono vivere infine in una terra libera”, come era scritto sui cartelli apposti ai lati dei carri delle opere requisite? Il 27-28 luglio 1798 arrivano a Parigi le opere italiane tra cui, da Bologna, codici e manoscritti, dipinti delle soppresse istituzioni religiose, oggetti archeologici dall’Istituto delle Scienze, tra cui la nostra Patera cospiana. Anch’essa finalmente “liberata e democratizzata” a beneficio dei cittadini francesi in visita al Louvre. Successivamente è rientrata a Bologna tra i beni recuperati nella trattativa portata avanti per il papato da Antonio Canova. Inscritta nella patera cospiana c’è dunque questa avventura che dà il via, anche nello stato pontificio, all’apertura, per la prima volta, di un dibattito sulla valenza pubblica del bene culturale, anche se di proprietà privata. Successivamente vengono proposti i primi assaggi di una legislazione per la tutela dei beni culturali.

Noi usiamo gli oggetti antichi che custodiamo nei nostri musei per raccontare principalmente le storie affascinanti di tempi passati. Spesso dimentichiamo che ogni oggetto è esso stesso un intrigante intreccio di storie, valori e simboli che parlano anche del nostro presente e del futuro.

ARCHIVI FOTOGRAFICI D’IMPRESA. PERCHE’?

ARCHIVI FOTOGRAFICI D’IMPRESA. PERCHE’?

Perché costituire fondi fotografici d’impresa? Che fare di queste foto? Come renderle pubbliche? Questi temi sono stati approfonditi nell’incontro “Patrimonio industriale: fabbrica, società, territorio” tenuto al Museo del Patrimonio Industriale di Bologna. Si è parlato di fondi fotografici storici che hanno a soggetto l’impresa. Sono stati presentati fondi di grande valore da parte di soggetti pubblici e privati. L’archivio fotografico del Museo del Patrimonio Industriale di Bologna, illustrato dalla direttrice Maura Grandi, copre un secolo di storia della prima scuola tecnica italiana, “Aldini-Valeriani”, e possiede foto di uno dei primi studi cittadini attivi nel campo della fotografia pubblicitaria.

Lo studio Villani di Bologna è stato il più importante atelier fotografico italiano del xx secolo tra industria, arte, storia. Come illustrato da Tito Menziani (Università di Bologna) sono foto industriali che hanno stabilito all’epoca un canone scenografico poi condiviso da altri. Si tratta di foto impostate visibilmente influenzate dalla motivazione della committenza. Ecco perché gli interni delle fabbriche sono ordinati, puliti con operai in posa che indossano grembiuli di lavoro candidi. L’archivio Storico fotografico AEM, presentato dal responsabile scientifico Fondazione AEM Fabrizio Trisoglio, illustra, a partire dall’inizio del ‘900 fino ai giorni nostri, la nascita e lo sviluppo dell’azienda elettrica municipalizzata e i cambiamenti storico-economici, sociali e politici della città di Milano. Caterina Ghelfi, responsabile del Gelato Museum Carpigiani, suddivide le foto dell’Archivio Storico in quattro categorie. Scene di consumo di gelato, immagini delle fiere di gelato nel mondo, foto tecniche di macchine per gelato e foto storiche del primo stabilimento.
La Ducati, presentata dal curatore del Museo Livio Lodi, utilizza il proprio patrimonio fotografico sia per illustrare la storia del marchio sul sito sia come valore aggiunto per incrementare il senso di appartenenza dei “ducatisti” al brand. Il sindacato Fiom di Bologna utilizza, a parere di Gianni Bortolini, il proprio patrimonio fotografico per illustrare i 115 anni della propria storia e come documentazione delle lotte operaie nel territorio. In questo caso il soggetto del fondo fotografico si allarga dalla impresa alle tematiche del lavoro nella sua complessità.

Dal dibattito è infatti emerso che attorno ai fondi fotografici delle imprese, o che hanno a soggetto imprese, l’universo rappresentato si dilata sempre al di fuori della singola fabbrica. Questa documentazione fotografica si propone quindi anche come testimonianza dei passaggi storici dello sviluppo economico di un territorio e delle sue dinamiche. In questo contesto le chiavi di lettura offerte dal documento fotografico sono molteplici: dal lavoro alla produzione, dal luogo di fabbrica al suo impatto sul territorio, dall’evoluzione degli stili di consumo e di vita alle tensioni sociali.

La riflessione sugli archivi storici fotografici si inserisce, ovviamente, anche all’interno del dibattito sul mutato ruolo della fotografia. Questi archivi storici fanno infatti riferimento a un’epoca in cui la fotografia non aveva la diffusione pervasiva odierna. I singoli scatti contenuti negli archivi hanno, proprio perché “rari”, un significato documentario e di fonte di ricerca diverso da quella delle foto attuali. Fino a che punto si può ipotizzare che la facilità di scattare foto e farle circolare nella rete in un flusso pressoché continuo si accompagna a una perdita progressiva di significato dei singoli fotogrammi? E che conseguenze questo fenomeno ha sul senso delle immagini degli archivi storici?

Un altro tema importante è il rapporto tra il contenitore e il contenuto che incide sulla percezione delle collezioni. In alcuni casi gli archivi sono collocati all’interno della sede storica dell’impresa, magari ristrutturata, di cui documentano la storia. In altri casi sono all’interno della struttura museale dell’impresa stessa. Vi sono poi archivi collocati all’interno di istituzioni che non hanno a che fare direttamente con l’impresa in quanto collezionano foto come parte della propria missione di conservazione di documenti, come nel caso di musei pubblici e fondazioni.

Comune a tutte le istituzioni pubbliche e private che possiedono archivi storici fotografici di impresa è la necessità di presentare le collezioni al pubblico. Eloisa Betti (Università di Bologna) e Carlo De Maria (Università di Bologna e presidente Associazione Clionet) hanno collocato questa necessità all’interno della Public History, che si pone l’obiettivo di generare e diffondere il sapere storico presso i pubblici più diversi, servendosi di qualsiasi medium a disposizione. Oggi i modi attraverso i quali si sperimenta la conoscenza, possibilmente coinvolgente e partecipata, del patrimonio fotografico storico di impresa si stanno effettivamente ampliando. E’ una attività di divulgazione che avviene attraverso mostre temporanee, collezioni permanenti, festival. Ma anche libri, giornali, riviste, siti internet, blog, ebook, trasmissioni radio e televisive.

Da ultimo è importante ribadire il ruolo dei musei pubblici che, come quello di Bologna, hanno una importante documentazione materiale sul patrimonio industriale del territorio. Proprio perché sono istituzioni che hanno materiali che fanno riferimento a varie imprese e non sono quindi legati a singoli interessi, possono rappresentare lo spazio di discussione, approfondimento, ricerca e divulgazione comune a tutti coloro che sono interessati alla conoscenza del patrimonio industriale come componente identitaria significativa di un territorio.

DAI UN NOME ALLA NUOVA GENERAZIONE DEI POST-MILLENNIALS

DAI UN NOME ALLA NUOVA GENERAZIONE DEI POST-MILLENNIALS

I Millennials più anziani hanno 37 anni ed è tempo di dare un nome alla generazione successiva dei nati dal 1997. Gen Tech, iGeneration, Gen Wii, Net Gen, Digital Natives, Plurals, Homeland Generation, Generation Z, sono alcuni dei nomi proposti.

Agenzie di marketing, istituti di ricerca e singoli studiosi propongono ciascuno un proprio nome che se venisse condiviso nel mondo garantirebbe fama e consulenze. Come è avvenuto per Neil Howe e William Strauss che coniarono il termine Millennial. Il quotidiano USA Today ha promosso un concorso tra i propri lettori e il termine vincitore è stato Generation Z. Non ha soddisfatto molti, tanto è vero che The New York Times nel gennaio scorso ha domandato ai nati dal 1996 di dire come vorrebbero essere chiamati.

Meno marketing-oriented è stata la denominazione della X Generation (i nati tra il 1965 e il 1980). Il termine è stato ripreso dal titolo del primo libro dello scrittore canadese Douglas Couplan, Generation X: Tales for an Accelerated Culture.

La generazione Boomers è invece la sola generazione ufficialmente riconosciuta dal U.S. Census Bureau. Designa i nati dal 1946 al 1964 che hanno contribuito a quel boom demografico che ha trascinato quello economico.
In un recente articolo il Pew Research Center, che per decenni ha misurato gli atteggiamenti sui temi più diversi considerando anche la variabile generazionale, ha individuato il 1996 come l’ultimo anno di nascita dei Millennials e i nati dopo questo anno come una nuova generazione alla ricerca di un proprio nome e denominata, nell’attesa di trovarlo, post-Millennial.

Ma perché è importante suddividere la popolazione in generazioni? Se non ci facciamo abbagliare dall’utilizzo diffuso dei nomi delle generazioni come etichette promozionali e commerciali che ipersemplificano le differenze tra gruppi, le generazioni, come sostiene il Pew Research Center, sono “lenti attraverso cui comprendere i cambiamenti sociali … che offrono l’opportunità di osservare la popolazione dalla posizione che hanno nel loro ciclo di vita e dall’appartenere a una corte di individui che sono nati in uno stesso periodo”.

L’analisi degli atteggiamenti delle generazioni nel tempo permette di giungere a conclusioni sia diacroniche che sincroniche. Osservare come gli atteggiamenti dei giovani rispetto a certi temi siano cambiati nel tempo, oppure osservare la differenza di atteggiamenti tra le diverse generazioni, oggi, rispetto a un dato tema. In un recente studio il Pew Research Center ha, per esempio, comparato gli atteggiamenti delle generazioni di oggi negli anni in cui ciascuna di loro era giovane (tra i 21 e i 36 anni). E’ emerso il grande cambiamento nelle esperienze, attività e atteggiamenti dei giovani adulti in questi ultimi cinquanta anni. E’ chiaro che i grandi cambiamenti negli atteggiamenti generazionali devono poi essere interpretati alla luce della variabili sociali, economiche, culturali, tecnologiche, politiche della società.

La stessa decisione di individuare il 1996 come l’anno che conclude la generazione dei Millennials è stata giustificata da considerazioni politiche, economiche e sociali. Quelle politiche riguardano più direttamente gli Stati Uniti: l’attentato alle Twin Towers, l’ombra della guerra in Iraq e in Afghanistan, l’elezione di Obama nel 2008. Le variabili di contesto economico e tecnologico possono essere generalizzate anche all’Europa.
La recessione economica ha influito significativamente sulle possibilità e modalità dei Millennials di entrare nel mondo del lavoro, accentuando il senso di precarietà e insicurezza con effetti nel lungo periodo oggi difficilmente valutabili. L’altra variabile di contesto che ha influenzato l’esperienza di vita dei Millennials è lo sviluppo tecnologico. I Baby Boomers sono stati influenzati dalla emergente pervasività della televisione. La X Generation dall’introduzione dei computer. I Millennials sono la generazione testimone e artefice dell’esplosione di Internet, della telefonia mobile, dell’MP3 e, per la parte più giovane, dello sviluppo dello smartphone.

I Millennials si sono adattati gradualmente alle innovazioni dei media digitali. La generazione successiva dei post-Millennials nasce all’interno di un ambiente caratterizzato dalla connessione mobile a Internet, dai cellulari sempre più smart, dalla banda larga, dal wi-fi, dalla logica della condivisione, dai rapporti peer-to-peer e dai social media: sono la prima generazione digitale e in connessione costante.

Le conseguenze di crescere in un ambiente tecnologico “always on” sono oggetto di inchieste giornalistiche e di prime osservazioni scientifiche. Si parla di aspetti sia positivi sia negativi che necessitano di ulteriore tempo per verificarne lo spessore e l’incidenza sul processo di crescita.

I post-Millennials sono una generazione di cui, come detto, molto si parla, senza riuscire a capirla a fondo. Soprattutto sono una generazione in attesa di avere un nome proprio.

Hai qualche idea? Qualche suggerimento?

Ora è’ il momento di proporlo.

 

Photo Credits: foto dell’autore alla Mostra It’s OK to change your mind! A cura di Lorenzo Balbi e Suad Garayeva-Maleki. Villa delle Rose. Bologna. 20.1 -18.3 2018. L’opera nello sfondo è di Alina Gutkina.
CINA. SI MOLTIPLICANO I MUSEI PRIVATI E PUBBLICI

CINA. SI MOLTIPLICANO I MUSEI PRIVATI E PUBBLICI

“China’s private art museums: Icons or empty vanity projects?”. Questo titolo apparso sul sito della CNN poco più di un anno fa è echeggiato nel convegno Contemporary Art Museums Between Economy and Society. East/West Perspectives tenuto a Bologna il 23 marzo.

Nella mattinata sono intervenuti il Direttore del Beelden aan Zee Museums, Zan Teeuwisse; il Curatore della Fotografia del Carnegie Museum of Art, Dan Leers e il Direttore del Museo di Arte Moderna di Bologna (MAMbo) Lorenzo Balbi. Il punto di vista “occidentale” ha affrontato principalmente le tematiche sulle differenze tra musei privati e musei pubblici, la curatela, il rapporto con il mercato e con i diversi pubblici.

Gli interventi del pomeriggio si sono mossi all’interno del contesto delineato nell’articolo della CNN. Il numero di musei d’arte in Cina è passato dai 2600 del 2009 ai circa 5000 del 2016, con 600 milioni di visitatori annui. Il numero crescente di miliardari che investono in arte, le politiche del governo e delle municipalità favoriscono la costruzione di centinaia di musei ogni anno.

“Edifici architettonicamente belli in province remote con poche opere d’arte significative sollevano questioni sui contenuti e la guida curatoriale di molti di questi musei. Una seconda questione riguarda le motivazioni alla base della loro costruzione. In molti casi l’architettura viene prima e l’arte seconda. I fondatori privati di nuovi musei sono guidati da un misto di vanità e dal desiderio di condividere pubblicamente le opere d’arte delle loro collezioni”.

Lu Hong è Direttore del United Art Museum, il più grande museo d’arte del Wuhan con 10 sale espositive su 10000 metri quadrati. L’obiettivo del museo è di portare l’arte contemporanea di tutto il mondo ai residenti, arricchendone la vita. Per Lu Hong l’obiettivo di avvicinare i cittadini all’arte attraverso mostre continue confligge con la disponibilità di fondi adeguati e la mancanza di educazione all’arte.

Du Xiyun è Vice Direttore dell’Himalayas Museum aperto a Shanghai nel 2012, collocato all’interno dell’Himalayas Center, progettato da Arata Isozaki. Questo museo dotato di tutti i servizi era prima conosciuto come Shanghai Zendai MoMA, appartenente al gruppo Zendai e inaugurato nel 2005. E’ una istituzione no-profit per l’arte che gioca un ruolo importante nella promozione culturale e negli sviluppi dell’arte nella società contemporanea. Il Museo si focalizza sulle mostre, l’attività educativa, l’arricchimento della collezione, la ricerca e gli scambi accademici e artistici con l’estero. Pur operando in una sede così prestigiosa, Du Xiyun individua alcuni problemi che interessano anche un’area culturalmente sviluppata come Shangai. Professionalità degli operatori museali e del mondo dell’arte non sempre all’altezza. Scarsa creatività degli artisti di mezza età che tendono ad essere ripetitivi. Insufficiente educazione all’arte del pubblico e pochi sforzi degli artisti per allargare la loro audience.

Gli ultimi due relatori operano all’interno di istituzioni educative d’arte. Yu Ke, capo redattore del Contemporary Artist Magazine, insegna al Sichuan Fine Art Institute che possiede il più importante Museo di arte contemporanea del sud-ovest. Wang Duanting è capo del dipartimento dell’arte straniera all’ Institute of Fine Arts della China National Academy of Arts. L’Accademia è la prima fondata in Cina (a Hangzhou nel 1928) con un programma accademico completo che giunge fino al dottorato. Oggi i campus sono due a Hangzhou e uno a Shanghai.

Pur da prospettive così differenti, come il ricco est e il meno sviluppato sud-ovest, sia Yu Ke sia Wang Duanting hanno sottolineato che l’arte contemporanea oggi in Cina è diventata di moda e che è un fenomeno a cui dedicano molta attenzione i media e la propaganda dell’amministrazione centrale e locale. Poca attenzione è invece riservata allo sviluppo della ricerca accademica e alla formazione degli operatori dell’arte.

Dalla discussione tenuta a Bologna appare confermato che i bellissimi musei costruiti in questi ultimi anni in Cina abbiano curato particolarmente l’aspetto architettonico. Appare altrettanto evidente che vi è una grande consapevolezza da parte dei curatori e degli accademici della necessità di intervenire

su punti precisi. Tra questi la formazione del pubblico, delle varie professionalità degli addetti ai musei e alle gallerie sia private che pubbliche. Per concludere possiamo dire che, come avviene da noi, il sistema museale, al di là dei suoi aspetti commerciali legati al mercato dell’arte, dovrebbe essere considerato dalla politica, dal mondo educativo, artistico e curatoriale uno strumento strategico nello sviluppo culturale di un paese sul quale vale la pena investire.

Photo credits: Terrazza del Power Station of Art Museum. Shanghai. Primo Museo d’Arte Contemporanea statale inaugurato nel 2012.