Le plaisir de vivre

Le plaisir de vivre

Il Museo Davia Bargellini di Bologna riapre con la mostra Le plaisir de vivre Arte e moda del Settecento veneziano.

Questa mostrasull’arte del Settecento veneziano, che rimarrà aperta fino al 12 settembre, valorizza ulteriormente il progetto museografico originario del fondatore e primo direttore del Museo, Francesco Malaguzzi Valeri che cento anni fa riordinò “la oramai ricchissima collezione di antichi mobili e soprammobili con l’aggiunta dei quadri, così che ne derivò all’insieme carattere di appartamento, meglio che di museo”.

Il Settecento vissuto nella quotidianità nobiliare e senatoria all’interno del Palazzo di Strada Maggiore a Bologna dialoga, oggi, col Settecento fastoso, elegante, raffinato che si aggirava nei palazzi affacciati sui canali più belli di Venezia, richiamando il Settecento depositato nella memoria di Francesco Malaguzzi Valeri: “Quando le sale si animano con la presenza di visitatori e gli ori corruschi dei ricchi mobili del fastoso Settecento nel più grande salone si accendono e brillano, la sera, alla luce delle lampade elettriche da mille e cinquecento candele, par meno difficile rievocare

l’andirivieni antico delle dame agghindate e dei gentiluomini in spadino in attesa del Cardinal Legato e il lento ondular delle danze e degli inchini leggiadri al suono degli strumenti musicali, oggi muti in un angolo”.

A questo plaisir du vivre è dedicato il centenario del nostro museo Davia Bargellini che arricchisce così il suo già importante patrimonio permanente proveniente dalle botteghe veneziane con opere di rara bellezza custodite al Museo di Palazzo Mocenigo. Modelli di abbigliamento, accessori della moda del tempo e memorie della fastosità laica e ecclesiastica abiteranno il museo Davia Bargellini per ben quattro mesi, grazie a un felice e tenacemente inseguito accordo tra la Fondazione Musei Civici Venezia e l’Istituzione Bologna Musei.

Soprattutto oggi ci rendiamo conto che la missione dei musei pubblici è sempre più essere e agire come istituzioni culturali che aiutano a riflettere sul presente e sul futuro partendo da un pensiero intelligente sul passato, grazie anche a una cooperazione reciproca come quella che in questa mostra ha avvicinato Venezia a Bologna.

Museo Davia Bargellini
Le plaisir de vivre Arte e moda del Settecento veneziano dalla Fondazione Musei Civici di Venezia
A cura di Mark Gregory D’Apuzzo, Massimo Medica, Chiara Squarcina
2 febbraio – 12 settembre 2021

Cia, MoMA, Arte

Cia, MoMA, Arte

Cia, Nelson Rockfeller e MoMA (Museum of Modern Art di New York) hanno anticipato negli anni ’50 ciò che oggi è sempre più di moda, il Soft Power.

Partendo dalla constatazione che la potenza internazionale degli stati si compone sia di aspetti materiali (risorse economiche e militari) che immateriali (cultura e valori) Joseph Nye nel 1990 ha parlato, per primo, di soft power. Lo ha definito come la capacità degli stati di aumentare la propria reputazione internazionale e l’attrattività e diffusione dei propri valori, modelli culturali, pratiche politiche senza la necessità di impiegare la forza né incentivi economici. La seduzione sostituisce la coercizione. La seduzione culturale va progettata in maniera meticolosa con buone dotazioni di mezzi e spesso attraverso operazioni coperte e segrete.

Nel 2015 una puntata della serie televisiva di Bottega Finzioni su Sky Arte, “Le Muse Inquietanti” a cui ho partecipato, era incentrata sul rapporto tra l’artista statunitense Jackson Pollock e la Cia.

Questa relazione, inserita nel contesto più ampio dei rapporti tra Cia, Moma e Espressionismo Astratto, è approfondita nel libro di Jennifer Dasal ArtCurious: Stories of the Unexpected, Slightly Odd, and Strangely Wonderful, appena pubblicato da Penguin Books.

La Cia, fondata nel 1947, includeva al proprio interno la divisione Propaganda Assets Inventory, costola della guerra psicologica posta in atto per promuovere opinioni e atteggiamenti favorevoli agli Stati Uniti nel clima di Guerra Fredda. Questa divisione della Cia ha creato nel 1950 il Congress for Cultural Freedom (CCF), una operazione dell’intelligence rimasta coperta fino 1966. Il CCF, che doveva apparire come legato a musei o organizzazioni artistiche, aveva uffici in 35 paesi, stipendiava decine di persone, pubblicava più di 20 riviste di prestigio, organizzava esposizioni d’arte, aveva un proprio servizio per la diffusione delle notizie e articoli di opinione, organizzava conferenze internazionali e ricompensava musicisti e altri artisti con premi e pubblici riconoscimenti.

Jennifer Dasal ricorda che “il museo maggiormente coinvolto fu il MoMA, grazie alla partecipazione di Nelson Rockfeller, politico, filantropo e futuro vice presidente degli Usa, con Gerald Ford. Rockfeller e il MoMA vanno mano nella mano, in quanto la madre è stata una delle co-fondatrici della istituzione, che Nelson chiamava Mommy’ Museum. D’altra parte Rockfeller aveva familiarità con i servizi segreti essendo stato coordinatore dell’ Inter-American Affairs for Latin America durante la seconda guerra mondiale, un’altra agenzia di propaganda”.

Grazie alla presidenza del del board del trustees del MoMA, Rockfeller rese possibile l’organizzazione di alcune delle mostre di maggior successo del CFF, compresa la grande mostra del 1958‒59 “The New American Painting.”

La Cia ha quindi usato l’espressionismo astratto come un’arma utile della guerra fredda e come prova della creatività, della libertà intellettuale e del potere culturale degli Usa.

Alla confluenza dell’Astrattismo e del Surrealismo, l’Espressionismo Astratto si diffonde negli anni ’50 e diventa emblema dell’arte americana. Manifestazione di un modo di sentire di una nuova generazione accomunata soprattutto dal rifiuto delle strutture politiche e sociali dominanti in quell’epoca. Si assiste a un cambiamento nell’iconografia astratta. Non più forme regolari, ma macchie, segni, sbavature e pennellate libere, basate su valori tonali puri e contrastanti, indice della individualità dell’artista, suo punto di vista emozionale.

La Cia lo individuò come un apporto specificamente americano all’arte moderna e lo promosse nel mondo all’oscuro degli artisti che lo portavano avanti che avrebbero rifiutato, se ne fossero venuti a conoscenza, di essere utilizzati come strumenti di propaganda del governo statunitense.

Gli obiettivi della Cia erano, in primo luogo, contrapporre al realismo sovietico figlio dell’ideologia comunista, un’arte aiconica e promuovere una visione degli Usa come terra della libertà di espressione, leader nelle arti e nella cultura contro un’Europa vecchia che stava perdendo il ruolo che aveva detenuto fino alla fine della seconda guerra mondiale.

L’ Espressionismo Astratto veniva propagandato anche per ripulire l’immagine culturale americana dal bigottismo maccartista: l’America è aperta alla cultura e all’arte della critica attraverso l’esportazione non

del mainstream conservatore ma della cultura liberal di New York. Una operazione di mistificazione propagandistica che funzionò bene.

La mostra principale e di maggior successo organizzata dal CFF sotto gli auspici del MoMA fu “The New American Painting” che viaggiò all’estero per un anno toccando le principali città dell’Europa occidentale, tra cui Londra, Parigi, Berlino, Milano. “Questo tour nei paesi amici degli Usa ricopriva una funzione strategica. Era un modo per cementare l’alleanza tra i partner della Guerra Fredda e promuovere la tanto decantata preminenza culturale degli Stati Uniti per la prima volta nella storia”.

Oggi a operazioni coperte di questo tipo da parte dei servizi segreti, che scopriremo solo in futuro, si accompagnano modalità più visibili e spettacolarii di soft power e diplomazia culturale come l’apertura di filiali dei grandi musei occidentali in paesi con tradizioni culturali molto diverse.

Fascino dei Corali Miniati

Fascino dei Corali Miniati

I manoscritti antichi esercitano un fascino crescente per noi che da oltre 500 anni utilizziamo libri a stampa. Osservare le miniature che arricchiscono e valorizzano anche artisticamente queste opere dell’ingegno artigianale offre una esperienza unica che Umberto Eco ha reso universalmente popolare con Il Nome della Rosa.

Pur essendo stati realizzati non per essere ammirati ma per essere utilizzati – nel caso dei manoscritti liturgici durante le funzioni religiose-, nel corso dei secoli hanno subito danni più o meno rilevanti.

Quindi prima di valorizzarli attraverso progetti che li promuovano a un pubblico che va oltre gli studiosi è necessario restaurarli.

E’ quanto sta avvenendo a Bologna a cinque corali miniati di grandi dimensioni (circa cm 59 x 41) straordinari per pregio storico-artistico, ricchi di miniature, in parte pergamenacei, provenienti da istituzioni ecclesiastiche bolognesi e ora appartenenti al Museo internazionale e biblioteca della Musica della Istituzione Bologna Musei . Questi miniati, come è avvenuto alla maggioranza di queste opere, hanno subito negli anni l’asportazione di parecchie carte, verosimilmente, le più riccamente miniate che sulla base di affinità decorative e contenuto liturgico possono essere identificate perché conservate in istituzioni e collezioni private.

Il progetto che comprende varie fasi – restauro, conservazione, digitalizzazione e infine valorizzazione e promozione – è affidato a un gruppo di lavoro coordinato da Antonella Salvi per l’Ibacn (Istituto per i beni artistici, culturali e naturali della Regione Emilia-Romagna e a Jenny Servino per l’Istituzione Bologna Musei.

La prima fase è lo studio conoscitivo sulle legature e sulle coperte a pelle, con legno, borchie, cantonali, ottone. Poi al restauro conservativo sui pezzi farà seguito la riproduzione digitale che ne garantirà una più vasta fruizione da parte di studiosi, ricercatori e appassionati di tutto il mondo, grazie alla possibilità di esaminare, non solo in sede ma anche a distanza attraverso il web, documenti antichi che richiedono attenzioni particolari e soprattutto una movimentazione limitata.

Il corpus dei libri liturgici del Museo internazionale e biblioteca della Musica, composto da oltre un centinaio di libri manoscritti e a stampa risalenti al periodo che va dal X al XV secolo, compresi i cinque manoscritti di imminente restauro, costituisce parte della collezione bibliografica musicale di padre Giovanni Battista Martini (1706-1784), riconosciuta fra le più prestigiose al mondo. Si deve infatti alla vasta erudizione e all’incontenibile desiderio di conoscenza dello storiografo, compositore e teorico bolognese, personalità tra le più eminenti e ammirate del Settecento musicale europeo, la formazione di un patrimonio librario di enorme valore, frutto di un attentissimo lavoro di ricerca ed esame critico delle fonti. La sua ricchissima collezione libraria all’epoca raggiunse oltre 17.000 volumi.

Il fondo dei manoscritti liturgici in particolare si distingue per rilevanza sia dal punto di vista bibliografico che storico-artistico, anche in virtù della eterogeneità delle tipologie raccolte: messali, innari, graduali, cantorini, vesperali, rituali e processionali.

Le misure di sicurezza Covid19 hanno impedito di costruire attorno a questo inizio del progetto un momento pubblico significativo. L’intento è trasformare il ritorno dei manoscritti al Museo in una condivisione ampia della bellezza dei manoscritti liturgici restaurati e in un concerto sui contenuti di questi codici musicali.

 

L’Estate dei musei

L’Estate dei musei

Estate difficile per i musei nel mondo. Dopo i mesi di chiusura nel lockdown, le riaperture estive hanno segnato il 60-70% di presenze in meno rispetto allo scorso anno. Il Louvre -75% in luglio; -60% in agosto. I 13 musei della Istituzione Bologna Musei: -78% in giugno; -63% in luglio; -51% in agosto.

Nei mesi estivi i turisti sono sempre stati maggioranza, soprattutto i turisti stranieri. Quest’anno le città d’arte europee hanno perso i turisti d’oltreoceano e hanno raccolto un turismo più di prossimità che non ha compensato nei numeri gli stranieri dello scorso anno. D’altra parte il post-lockdown ha riempito le località costiere e di montagna, non certo i musei. Le visite ai musei sono state rimandate ai prossimi mesi.

Al Louvre nell’estate dello scorso anno i visitatori stranieri erano il 75%. Quest’anno sono passati al 20%. Nei musei civici di Bologna la scorsa estate le presenze straniere erano oltre il 50%. Quest’anno si sono ridotte al 20%. Scomparsi gli statunitensi (che erano il 16%), canadesi, cinesi, australiani le provenienze degli stranieri nei musei bolognesi hanno visto il prevalere di chi poteva raggiungere Bologna in auto. Francia con il 23% e Germania con il 14% hanno raddoppiato rispetto allo scorso anno; poi Olanda, Spagna, Belgio, Austria, Svizzera. Ha ottenuto un leggero incremento al 15% il Regno Unito, servito da numerosi e convenienti collegamenti aerei con il capoluogo dell’Emilia-Romagna.

I musei civici di Bologna non si sono limitati ad aprire i musei – fin dal 18 maggio, primo giorno possibile – ma hanno anche ricominciato, in sicurezza, a portare avanti attività in presenza. Campi estivi per giovanissimi e adolescenti, concerti di musica e performance notturne alla Certosa monumentale. Tutti i posti a disposizione sono andati esauriti.

Per i musei di tutto il mondo si tratta ora di ricominciare, sapendo che i numeri del 2019 saranno recuperati solo nel 2021.

I numeri sono importanti, soprattutto per i bilanci economici, ma non sono tutto perché i musei pubblici non sono solo sale espositive, ma veri e propri hub culturali. Questa crisi offre quindi la possibilità di approfondire tematiche talvolta oscurate dalla rincorsa dei numeri con mostre blockbuster. Ai turisti, che saranno alla ricerca di esperienze autentiche che allarghino la conoscenza della città, è importante fornire una più efficace comunicazione della ricchezza culturale delle collezioni permanenti e offrire mostre di dimensioni ridotte, ma di grande qualità attraverso lo scambio di opere con altri musei. Dialoghi tra opere che arricchiscono le narrazioni dei musei che partecipano allo scambio senza gravare sui costi. Verso i residenti si progetteranno iniziative di welfare culturale, sia attraverso percorsi nello spazio e nel tempo che propongono narrazioni originali anche intermuseali sia attraverso un incremento delle attività di mediazione culturale. I musei devono uscire dalle proprie mura e raggiungere i pubblici più fragili e i nuovi cittadini che attualmente sono non-pubblici. Iniziative inclusive che non hanno come target larghi numeri, ma che sono in grado di sedimentare nel tempo un approccio critico alla frequenza museale. Al mondo della scuola i musei bolognesi fanno una triplice proposta, la più ricca possibile, considerando anche che molti musei nel mondo hanno annullato per un paio di anni l’attività didattica.

Apertura dei laboratori all’interno dei musei. Laboratori on-line come durante il lockdown. Terza possibilità, la presenza dei responsabili delle attività didattiche museali nelle scuole.

La diminuzione di presenze è stata elevata ma è importante uscire dalla crisi non aspettando passivamente il ritorno dei turisti ma con progettualità nuove e originali in grado di coinvolgere i turisti, i residenti e il mondo della scuola.

*NOTA: foto di Stefano Laddomanda.

Bye Bye Gonfaloniere.  Bye Bye Artemisia

Bye Bye Gonfaloniere. Bye Bye Artemisia

Il Ritratto di Gonfaloniere dipinto da Artemisia Gentileschi nel 1622 ha lasciato le Collezioni Comunali d’Arte di Bologna per raggiungere la National Gallery di Londra.

Dopo 111 giorni di chiusura, causa Coronavirus, questo storico e importante museo britannico finalmente riapre, recuperando una mostra prevista per il 4 aprile scorso. Il 3 ottobre, infatti, inaugura Artemisia, la più ampia e importante mostra monografica su Artemisia Gentileschi mai realizzata nel Regno Unito.

La decisione del direttore Gabriele Finaldi e della curatrice Letizia Treves fa seguito all’acquisizione nel 2018 da parte del museo londinese dell’Autoritratto come Santa Caterina d’Alessandria, il primo dipinto dell’artista a entrare in una collezione pubblica del Regno Unito.

“Sarà una rivelazione e una sorpresa per tanti scoprire la potenza dei dipinti di Artemisia e la sua storia grazie alle opere esposte e alla documentazione sulla sua biografia” ha detto Gabriele Finardi.

Questa mostra si inserisce all’interno di una rivalutazione critica che negli ultimi anni ha interessato Artemisia Gentileschi. I suoi dipinti, raffiguranti spesso seducenti e eroici soggetti femminili, sono stati finalmente riconosciuti di un forte impatto drammatico con una cifra originale che la colloca ora ai vertici dell’arte europea nel periodo barocco.

Trenta sono le opere presenti a Londra e tra queste Il Ritratto del Gonfaloniere, una delle opere delle Collezioni Comunali d’Arte di Bologna più richieste dai musei di tutto il mondo.

ARTEMISIA GENTILESCA FACIEBAT ROMAE 1622. Questa è la firma autografa a un dipinto a olio che documenta al meglio la sua attività ritrattistica.

E’ un gonfaloniere pontificio (Bologna per 350 anni è stata la seconda città dello Stato vaticano) effigiato a figura intera di cui non si conosce ancora l’identità. Sfoggia un’elegante armatura militare con la mano sinistra posata sull’elsa della spada, infilata nel fodero. Sulla parete di fondo si proietta l’ombra del cavaliere accanto al gonfalone papale, che aveva il compito di portare in parata. Il dipinto riproduce con magistrale cura la vivace espressione dell’uomo e la consistenza dei diversi materiali raffigurati, come le stoffe e il metallo, grazie a un sapiente dosaggio delle ombre. Il dipinto si colloca all’interno della tipologia del ritratto aulico a figura intera introdotta da Tiziano, tesa a commemorare il ruolo sociale e politico di chi era raffigurato attraverso gli attributi di rango. Pur collocandosi in uno schema tradizionale, la vivacità e la penetrazione psicologica del ritratto, il taglio audace della luce di chiara impronta caravaggesca, il virtuosismo nella resa dei differenti materiali, fanno di questo dipinto un capolavoro di straordinaria modernità, fra i massimi esempi della ritrattistica italiana nel Seicento. Rimuovere il quadro dalla parete, separarlo dalla cornice e riporlo nella cassa che lo porterà a destinazione è uno dei rituali più intimi e interessanti della pratica museale.

La sequenza di foto di Giorgio Bianchi ci fa vivere questo rito caratterizzato da competenza e accuratezza avvolte in una atmosfera di commozione e passione.

Ogni volta che un’opera d’arte lascia la collocazione permanente per recarsi in un altro museo interrompe il dialogo con le opere che le stanno sempre accanto e apre, per un periodo temporaneo, nuovi dialoghi con opere diverse. La percezione di un’opera d’arte è determinata anche dal contesto spaziale in cui è collocata e all’interno del quale noi la vediamo e apprezziamo. Il senso delle opere d’arte non è dato quindi una volta per tutte e tra pochi giorni Il Ritratto del Gonfaloniere prenderà il senso che i visitatori gli daranno nella relazione e nel dialogo che avrà con le opere che popolano la Mostra londinese Artemisia.

Note: foto di Giorgio Bianchi