Informazione online a pagamento. Perchè?

Informazione online a pagamento. Perchè?

Si sta passando dalla informazione online gratuita a quella a pagamento. Infatti al declino delle entrate tradizionali, le testate informative rispondono proponendo vari modelli di pagamento della informazione digitale.

Il Reuters Institute ha analizzato l’offerta di informazione digitale di oltre 200 testate informative in sette paesi: Stati Uniti, Germania, Regno Unito, Italia , Francia, Polonia, Finlandia. (Digital News Report)

I paesi in cui i quotidiani e i settimanali hanno adottato di più i modelli a pagamento sono Finlandia, Francia, Germania, Polonia e Stati Uniti. Al contrario, in Gran Bretagna e Italia la maggioranza dei quotidiani e dei settimanali continua a offrire libero accesso alla propria informazione online. A parere dei ricercatori in questi due paesi i mercati della informazione sono molto competitivi, tanto che anche le testate più importanti temono che il passaggio al pagamento causi una perdita di lettori.

Considerando l’insieme delle testate il 69% dei quotidiani propone forme di pagamento, contro il 57% dei settimanali e delle riviste.

Interessante è vedere quali modelli di pagamento vengono adottati nei sette paesi analizzati.

Tra i quotidiani il 31% rimane totalmente gratuito. Il 33% adotta il modello di pagamento freemium, ossia una offerta informativa di base gratuita, che prevede un pagamento se si vuole una informazione di maggiore qualità e approfondimento. Un altro 33% adotta il modello metered paywalls, ossia viene offerta la lettura gratuita di un numero ristretto di articoli (una decina al mese) e il passaggio all’abbonamento se si vuole fruire dell’intera informazione della testata. Questi due modelli si propongono di mantenere tutti i lettori con l’offerta base o un ristretto numero di articoli gratuiti e di incrementare il numero di lettori più esigenti disposti a pagare con una offerta premium o facendoli accedere all’intera offerta. Solo il 3% dei quotidiani ha, invece, adottato il modello hard paywall, ossia l’abbonamento per accedere a qualsiasi tipo di informazione digitale.

Per quanto riguarda i settimanali e le riviste: 43% gratuità, 38% freemium, 14% metered paywalls, 5% solo abbonamento.

Il prezzo medio dell’offerta online dei quotidiani, settimanali e riviste a pagamento è attorno a 15 euro mensili nel modello metered (dagli 11 degli Usa ai 20 della Germania, con l’Italia a 18,62 euro). Il modello freemium è meno caro: in media 12 euro, dagli 8 del Regno Unito ai 14 della Francia con l’Italia a 11,66 euro. I costi nel modello hard paywalls variano molto: dagli 8 euro in Polonia ai 36 in Gran Bretagna.

Da un punto di vista generale negli Stati Uniti l’informazione online a pagamento è passata dal 38% del 2017 al 48%. Questo incremento è dovuto esclusivamente ai quotidiani che oggi raggiungono una percentuale di informazione a pagamento del 76%. Nello stesso intervallo di anni, la percentuale delle testate europee a pagamento è rimasta praticamente la stessa, dal 45 al 46%. Oggi quindi non vi è differenza tra Europa e Stati Uniti.

Si possono trarre alcune conclusioni sul futuro dell’informazione.

1. Il passaggio dalla informazione digitale gratuita a quella a pagamento è irreversibile, anche se graduale e utilizzando modelli diversi. E’ infatti una delle poche leve che l’industria della informazione ha per fronteggiare la crisi economica. L’altra leva, la pubblicità digitale, è in aumento ma non ancora sufficiente alle necessità.

2. La quasi totalità (94%) delle testate informative nate digitali continua a fornire informazione gratuita. Fino a quando questo modello riuscirà a reggere? Soprattutto è compatibile con una informazione digitale sempre più di qualità, quindi sempre più costosa?

3. I rischi che nel digitale si riproponga, come per l’informazione stampata, la distinzione tra chi si può permettere l’accesso a informazione di qualità e chi si deve accontentare di informazioni più di base è per ora basso. Appare però ovvio che il decremento della informazione gratuita non porterà a quella democratizzazione della informazione online auspicata da molti. Anche se la distinzione tra lettori più esigenti, lettori che si accontentano dell’informazione di base e non lettori non dipende unicamente dai costi dell’informazione ma anche da variabili culturali e sociali.

4. La sfida che le testate informative dovranno affrontare è organizzarsi per offrire una informazione di maggiore qualità sia di contenuti sia di servizi e interazioni con i lettori. Solo attraverso una offerta così arricchita sarà possibile indurre lettori che considerano i contenuti digitali “naturalmente” gratuiti a pagare per informarsi.

COS’E’ UN MUSEO?

COS’E’ UN MUSEO?

Che cos’è un museo? A molti può sembrare una domanda retorica o addirittura inutile. I musei, infatti, sono quegli spazi che frequentiamo, in maniera più o meno assidua, che esistono ovunque con funzioni che ci paiono più o meno simili. Inoltre, chi opera in un museo sicuramente ha la risposta a questa domanda. Perché quindi riproporla ora? Perché le società in cui i musei si sono sviluppati sono in continua evoluzione e chiedono alle istituzioni museali non solo di confrontarsi con questa evoluzione, ma di essere attori attivi di tale evoluzione. A nuove domande sociali le istituzioni culturali, musei compresi, non possono rispondere trincerandosi dietro alle risposte che hanno fornito fino ad oggi.

Di questi temi si sta parlando in questi giorni alla Conferenza Generale Icom che si tiene a Kyoto con il titolo “I musei come hub culturali: il futuro della tradizione”.

Icom (International Council of Museums) è stato creata nel 1946 come organizzazione di musei e di professionisti museali con l’obiettivo di promuovere e proteggere l’eredità naturale e culturale, attuale e futura, sia tangibile che intangibile. Attualmente i membri sono oltre 44.000 in rappresentanza di 138 paesi.

Ragionare sui musei intesi quali hub culturali significa, a mio avviso, pensare, in primo luogo, a tutte le possibili interazioni tra musei e società in una logica di accountability. Ossia di responsabilità sociale. Sempre più istituzioni educative e culturali si pongono in questa logica. A questo proposito ritengo utile ricordare che fino a non tanti anni fa la mission delle università faceva riferimento unicamente alla ricerca e alla formazione. Oggi si parla, invece, di una terza mission da affiancare alle due precedenti: la diffusione aperta della conoscenza nella interazione con il territorio. Le università devono infatti essere centri di formazione e studio non autoreferenziali e chiusi nella loro “torre d’avorio”, ma consapevoli che il servizio alla società fa parte dei propri doveri.

Questo tipo di responsabilità sociale deve essere condiviso nei fatti da tutte le istituzioni culturali, musei compresi, al di là e direi prima della loro specificità.

E’ importante, in particolare per istituzioni che hanno a che fare anche con la conservazione della memoria, avere lo sguardo orientato all’oggi e, soprattutto, al domani per individuare il ruolo che i musei possono giocare nella costruzione di un futuro culturalmente e socialmente sostenibile e rispettoso dei diritti umani. E’ un processo simile a ciò che è avvenuto all’interno delle università. A un primo momento in cui la terza missione era percepita come un rischio per la autonomia della ricerca e della formazione è subentrata la consapevolezza che questa assunzione di responsabilità sociale valorizzava invece ulteriormente l’autonomia. D’altra parte i musei sono nella posizione migliore per proporsi come ponti tra le memorie del passato che “acquisiscono, conservano, ricercano, espongono, comunicano” e il futuro come orizzonte di questa attività, appunto il futuro della tradizione.

Uno dei punti della Assemblea Generale Icom di Kyoto è l’approvazione di una nuova definizione di Museo adeguata ai nostri tempi che sostituisca quella precedente, approvata nel 2007.

“Il museo è un’istituzione permanente, senza scopo di lucro, al servizio della società, e del suo sviluppo, aperta al pubblico, che effettua ricerche sulle testimonianze materiali ed immateriali dell’uomo e del suo ambiente, le acquisisce, le conserva, e le comunica e specificatamente le espone per scopi di studio, educazione e diletto”.

Per superare questa definizione Icom ha dato luogo a una consultazione aperta agli iscritti (sia singoli che organizzazioni interne) che ha portato a circa 280 proposte di definizione. Passare in rassegna tali definizioni è un utile esercizio per capire l’orizzonte ampio e diversificato del modo in cui i professionisti museali pensano il proprio ruolo e le proprie funzioni.

La proposta di definizione che dovrebbe essere messa ai voti dalla Assemblea generale di Icom è stata presentata dalla curatrice danese Jette Sandhal, presidente del Comitato permanente per la definizione, le prospettive e i potenziali del museo

Questa la definizione proposta:

“I musei sono spazi democratizzanti, inclusivi e polifonici per il dialogo critico sul passato e sul futuro. Riconoscendo e affrontando i conflitti e le sfide del presente, conservano reperti ed esemplari in custodia per la società, salvaguardano ricordi diversi per le generazioni future e garantiscono pari diritti e pari accesso al patrimonio per tutte le persone. I musei non sono a scopo di lucro. Sono partecipativi e trasparenti e lavorano in partnership attiva con e per le diverse comunità al fine di raccogliere, preservare, ricercare, interpretare, esporre e migliorare la comprensione del mondo, con l’obiettivo di contribuire alla dignità umana e alla giustizia sociale, all’uguaglianza globale e al benessere planetario”.

Una parte dei comitati Icom non accetta questa definizione e domanderà la moratoria di un anno per giungere a una definizione più condivisa.

Questi comitati di opposizione, tra cui Icom Italia, hanno sollevato verso la definizione proposta molte critiche. La giudicano ideologica, più uno slogan o un manifesto, magari bello e intrigante, che non fa però distinzione tra museo, biblioteca, centri culturali, laboratori. Si sostiene che appiattisca tutto anche dal punto di vista dei contenuti, tanto che verrebbe meno il riconoscimento delle professionalità necessarie per portare avanti il museo. Non si farebbe riferimento esplicito alle collezioni e si ritiene, in sostanza, che la definizione proposta non risponda nella forma ai criteri minimi di una definizione che, nell’individuare il complesso degli elementi volti a caratterizzare e circoscrivere un’entità sul piano concettuale, dovrebbe essere chiara, breve e applicabile in tutti i contesti culturali e normativi interessati.

Al fuoco incrociato di queste critiche, alcune condivisibili altre meno, fanno da contraltare altre definizioni, tra cui quella proposta da Icom Italia:

“Il Museo è un’istituzione permanente, senza scopo di lucro, accessibile, che opera in un sistema di relazioni al servizio della società e del suo sviluppo sostenibile. Effettua ricerche sulle testimonianze dell’umanità e dei suoi paesaggi culturali, le acquisisce, le conserva, le comunica e le espone per promuovere la conoscenza, il pensiero critico, la partecipazione e il benessere della comunità”.

Da persona coinvolta nell’attività museale e nella ricerca sulle tematiche culturali, non iscritto a Icom, penso che sia necessario e utile che Icom giunga a una propria definizione di museo. E’ pur vero che questa nuova definizione può non essere necessariamente condivisa, o essere giudicata parziale, da chi, esterno a Icom, opera in attività culturali e sociali che interagiscono con le pratiche museali. Per arrivare a una definizione condivisa anche all’esterno di Icom è forse necessario un confronto più aperto e allargato per verificare fino a che punto la nuova definizione risponda alle domande culturali e sociali che vengono poste ai musei e a chi vi opera, magari individuando anche la necessità di formare figure e competenze nuove e diverse da quelle della maggioranza dei membri di Icom.

 

Foto: MAMbo, Museo di Arte Moderna Bologna
Al modo di Ginevra Grigolo

Al modo di Ginevra Grigolo

Di seguito l’introduzione al catalogo della mostra “My way, A modo mio”. MAMbo – Museo d’Arte Moderna di Bologna, 30 Aprile – 28 Maggio 2017.

“My way, A modo mio” è una mostra che si presta a una pluralità di letture che ruotano tutte attorno alla attività e alla vita di Ginevra Grigolo.

In primo luogo è il riconoscimento che MAMbo, erede della Galleria d’Arte Moderna di Bologna, fa a chi ha portato avanti, attraverso la sua galleria G7, una progettualità di ricerca artistica che ha arricchito Bologna di uno sguardo originale e attento anche al contesto internazionale. E’ una attività che si è sviluppata nel sistema privato delle gallerie d’arte e che ha svolto una parte qualificante e rilevante nell’insorgenza e nella crescita di un’attenzione sempre più allargata all’arte contemporanea. Bologna è il luogo di partenza e di arrivo di percorsi che hanno portato Ginevra nelle fiere e nelle città che hanno segnato la storia dell’arte contemporanea. Questa attività che ha fatto della G7 un punto di riferimento costante per gli addetti ai lavori, i collezionisti e anche per il pubblico comune è partita in anni in cui le istituzioni museali dedicate all’arte contemporanea erano, nel nostro paese, ancora rare e disponevano di risorse limitate per dare conto di quanto accadeva in un settore per sua natura estremamente dinamico.

Questa mostra è anche la documentazione di quali artisti Ginevra ha portato alla G7 in questi 44 anni. E’ una occasione rara di ripercorrere una parte dell’arte contemporanea attraverso lo sguardo di una gallerista che è rimasta fedele a se stessa, al proprio gusto e intuito, al di là delle mode. Agli artisti “storici” più legati all’esperienza della G7 – come Ulrich Erben, Anne e Patrick Poirer, Franco Guerzoni, Sol Lewitt, Giulio Paolini, Hidetoshi Nagasawa, David Tremlett – si accostano quelli dell’ultimo decennio come Edward Habicher e Fabrizio Corneli, i più giovani Andrea Naciarriti e Daniela Comani e, tra i bolognesi, Pinuccia Bernardoni e Fabio Torre. A riprova di una ricerca che è continuata in maniera tenace fino ad oggi e che ha saputo tenere insieme all’interno di uno sguardo internazionale artisti provenienti dai contesti anche territoriali più diversi. A corredo dell’esposizione è presente anche una documentazione cartacea che si accompagna a incontri che arricchiscono la comprensione del contesto e dell’attività di Ginevra.

Questa mostra è anche un omaggio a un modo di fare e di essere gallerista. Chi ha seguito l’attività della G7 in questi anni si è reso conto di come Ginevra non abbia semplicemente esposto le opere di artisti ma abbia creato uno spazio accogliente e favorevole sia per gli artisti – trattati con identico riguardo indipendentemente dal fatto che godessero già di una fama internazionale o fossero artisti emergenti – sia per i critici e gli studiosi, coinvolti anche nel significativo confronto ospitato da una rivista pubblicata con regolarità dal 1976 al 1980 e nell’affiancamento della programmazione della galleria, sempre orientata all’innovazione e alla scoperta. Ginevra ha sempre teso a creare un rapporto sincero e autentico di amicizia con ciascun artista, promuovendoli con convinzione e difendendoli con altrettanta convinzione, quando lo riteneva necessario e compartecipando spesso alla realizzazione di opere non sempre vendibili. E questo spirito lo respiri in galleria mentre segui Ginevra che racconta il senso dell’ultima esposizione in un rapporto complice con l’artista o quando racconta dell’ultimo viaggio a

Basilea o a Kassel.

Questa mostra è anche la realizzazione di quel desiderio di Ginevra, pudicamente tenuto riservato, di realizzare una mostra che sia, allo stesso tempo, fisicamente fuori dalla sua G7 e dentro allo spirito libero della G7, una sorta di dilatazione spaziale e, soprattutto, temporale della sua progettualità e attività.

Sono personalmente felice, a nome dei tanti che amano l’arte contemporanea e che stimano, ammirano e sono vicini a Ginevra, che possa abitare, a modo suo e per quattro settimane, gli spazi di MAMbo che vuole essere sempre più un presidio e, allo stesso tempo, un luogo di irradiazione e aggregazione dell’arte contemporanea.

 

WELFARE CULTURALE. MUSEI IN PRIMA LINEA

WELFARE CULTURALE. MUSEI IN PRIMA LINEA

Contrastare differenti forme di marginalità sociale e povertà educativa attraverso strumenti innovativi di valorizzazione dei musei. Attivare percorsi rivolti a giovani disoccupati per la formazione di competenze nell’ambito della mediazione culturale. Sviluppare strategie di facilitazione per l’accessibilità ai musei di nuovi gruppi sociali e categorie di persone con vulnerabilità psicofisiche.

Questi sono gli obiettivi del progetto “Al Museo, vieni anche tu!” promosso dalla Istituzione Bologna Musei grazie a 1.713.000 euro di Fondi Strutturali europei PON Metro 2014 – 2020.

Agli obiettivi più tradizionali e fondanti dei musei quali tutela, conservazione, educazione, promozione del patrimonio artistico e culturale si aggiunge l’inclusione di fasce nuove e diversificate della popolazione come espressione della responsabilità sociale e della accountability verso la società di queste istituzioni.

Sono numerosi i musei che nel mondo portano avanti iniziative di apertura a pubblici sempre più ampi con l’obiettivo di abbattere le soglie che impediscono o rendono difficile la visita. Queste soglie sono di carattere economico, sociale, culturale, generazionale.

Il progetto “Al Museo, vieni anche tu!”, che coinvolge tutti i 14 musei della Istituzione Bologna Musei, si rivolge ai non pubblici in maniera non generica ma individuando di volta in volta categorie specifiche che oggi sono escluse dalle attività dei musei. Per ciascuna di queste categorie saranno individuate modalità personalizzate per coinvolgerle in prima persona.

E’ una grande sfida che fa di questi 14 musei importanti agenzie di promozione culturale sul territorio.

Il primo target sono i giovani disoccupati (18 – 35 anni) L’obiettivo è promuovere competenze nell’ambito della mediazione culturale, creando così le condizioni per opportunità occupazionali legate al patrimonio culturale cittadino. I candidati selezionati parteciperanno a una formazione specifica per mediatori culturali innovativi dedicati ai musei e al loro patrimonio, per attivare reti e intercettare i diversi segmenti di “non ancora pubblici” con i relativi bisogni e fragilità. A questi giovani così formati viene garantita un’opportunità occupazionale per tutta la durata del progetto (fino ad agosto 2022), nella prospettiva che il profilo acquisito sia presto inserito in maniera generalizzata tra le nuove professionalità museali e culturali. E’ questa una modalità pragmatica efficace per convincere i musei ad assumere al proprio interno figure di questo tipo che si affiancano a quelle più tradizionali.

Un secondo target sono gli studenti delle scuole di ogni ordine e grado L’obiettivo è superare la dimensione prettamente scolastica dell’offerta didattica grazie alla creazione di un sistema integrato che risponda alle esigenze di quelle scuole che hanno difficoltà nell’organizzare uscite formative, rafforzando l’accessibilità gratuita ai musei per progetti di inclusione. In tre anni saranno coinvolti 120.000 studenti.

Un terzo target sono i giovani con minori possibilità di accesso all’offerta culturale L’obiettivo è, in questo caso, l’attivazione di un empowerment culturale e sociale, anche attraverso azioni innovative che rispecchino il valore e la ricchezza del patrimonio dei musei dell’Istituzione: creatività, arte e lavoro, educazione estetica, coscienza civica, storiografia, pensiero critico e valorizzazione delle differenze.

Un ulteriore importante target sono gli anziani, disabili, persone affette da Alzheimer o altre malattie degenerative L’obiettivo è creare momenti di relazione e socialità condivisa tra persone altrimenti isolate, sia per condizioni sociali economiche e culturali che per condizioni sanitarie, e incoraggiarne l’espressione creativa attraverso la stimolazione dell’espressione e della comunicazione. Il principio guida è la percezione del museo come “luogo” di cura calato nella comunità, in cui i beneficiari non siano pazienti ma persone che possano fruire di uno spazio/veicolo di benessere. La prima struttura museale a sostenere una sperimentazione in tale settore è stato il Museum of Modern Art (MoMA) di New York nel 2006 con il progetto Meet me @ MoMA. Oggi è una pratica che viene portata avanti da vari musei in tutto il mondo.

Gli interventi del progetto prevedono un’articolata e differenziata programmazione di attività a partecipazione gratuita, estese durante tutti i mesi dell’anno. Laboratori, workshop e percorsi educativi saranno realizzati nei musei, ma anche portando il patrimonio dei musei nei territori, attraverso pratiche

anche sperimentali nei diversi ambiti dell’Istituzione Bologna Musei: arte, tecnica, musica, storia, educazione civica, memoria.

“Al Museo, vieni anche tu!”, ma anche “Museo, vieni anche tu” qua dove le opportunità culturali sono scarse o addirittura assenti.

BOLOGNA 1979. ROCK E DINTORNI

BOLOGNA 1979. ROCK E DINTORNI

Giovani gruppi punk, di rock demenziale e new wave della scena di Bologna hanno attirato al palasport della città 6000 persone. Era il 2 aprile 1979. A pochi, oggi, gruppi come gli Skiantos, i Gaznevada, Wind Open, Luti Chroma, Bieki, Naphta, Confusional Quartet, dicono qualche cosa. Ma quella sera il palazzo dello sport era stipato oltre ogni limite.

La mostra Pensatevi liberi. Bologna Rock 1979, curata da Oderso Rubini e Anna Persiani, alla Project Room di MAMbo fino al 29 settembre, parte da questa serata di musica e energia dirompente per tessere i fili della creatività esuberante che in quegli anni faceva di Bologna una delle capitali internazionali della scena creativa.

La Project Room è sommersa da materiali vari che mostrano l’intreccio creativamente originale tra musica, video, arte, fumetti, grafica, comunicazione, movimenti, politica che ha scosso Bologna dalla metà degli anni ’70 ai primi anni ’80. Quei momenti di effervescenza culturale e sociale che a macchia di leopardo toccano varie città nel corso degli anni.

Le pareti, le bacheche, le strutture della Project Room fanno da supporto a materiali originali d’epoca. Immagini su vari supporti, video, LP in vinile, documenti, fumetti, materiali visivi e grafici, strumentazioni del tempo e pubblicazioni indipendenti tessono la tela delle contaminazioni che hanno prodotto espressioni artistiche e comunicative nuove.

Muoversi in questa stanza provoca un leggero stato di ebbrezza perché si è sopraffatti dai materiali che l’affollano. Dalla visione di un centinaio di vinili che ci scrutano asettici alla fascinazione delle fanzine originali di Harpo’s, A/traverso, Svacco, Punkreas, Music Mecanique, The Great Complotto. Dalla commozione ingenua che proviamo davanti alle cassette audio all’emozione delle fotografie, al sorriso che ci dona il ritratto di Freak Antoni realizzato da Piero Manai e la scossa provocata dai collage originali di Traumfabrick, dove incontriamo Andrea Pazienza, Filippo Scozzari, Giampietro Huber, Giorgio Lavagna.

Una timeline corre sulle quattro pareti e riprende il contesto storico caratterizzato dagli eventi che in quegli anni si sono succeduti a Bologna. Quelli artistici, come la Settimana Internazionale della Performance alla Gam, un unicum a livello mondiale, la presenza del Living Theater fino al treno di John Cage e al concerto di Patty Smith. Quelli che hanno ferito e segnato la città come la morte di Francesco Lorusso, la Strage di Ustica e quella della Stazione. E infine gli eventi che in quegli anni trasformavano il mondo e il nostro modo di vivere.

La visita può suscitare un sentimento passivo di nostalgia per una Bologna che non c’è più, oppure, auspicabilmente e specialmente per chi quegli anni non li ha vissuti direttamente, la sorpresa di come sia stato e sia, quindi, ancora possibile sperimentare momenti di contaminazione tra arti e stili di vita che esplodano in forme creative nuove che accrescono la felicità sia individuale che pubblica.

GUARDA IL MIO INTERVENTO CLICCANDO QUI

CINQUE SECOLI IN UNA SALA E IN UN SITO

CINQUE SECOLI IN UNA SALA E IN UN SITO

188 stemmi araldici, che decorano un’unica magnifica sala, raccontano la storia del governo pontificio della città di Bologna dal XIV al XVIII secolo. Sul portale Storia e Memoria di Bologna chiunque può perdersi e, forse, ritrovarsi intrecciando le storie biografiche dei singoli legati pontifici con gli eventi accaduti non solo a Bologna, ma in Europa in quei cinque secoli.

Ai 188 stemmi corrispondono le vite di cardinali legati (che governarono Bologna nel nome del papa), governatori e altri amministratori del governo pontificio. Per riconoscerne il ruolo è necessario guardare quello che il portale definisce il simbolo della dignità ricoperta, collocato sopra ogni stemma. Il cappello cardinalizio rosso per i cardinali. Il cardinale già vescovo ha invece una croce. Il vescovo, un cappello verde. Il governatore, il tocco nero. Il capitano, l’elmo e il nobile, la corona.

Nella parte alta della sala Urbana, così denominata in onore di papa Urbano VII, sono collocati gli stemmi di undici papi che prima erano stati legati pontifici a Bologna. Uno di questi, Baldassarre Cossa eletto papa nel conclave di Bologna del 1410 con il nome di Giovanni XXIII e che convisse con altri due papi – Gregorio XII a Roma e Benedetto XIII ad Avignone – è stato successivamente dichiarato antipapa, portando il numero dei papa legittimi a 10 e lasciando libero l’appellativo di papa Giovanni XXIII.

La sala Urbana oggi fa parte delle Collezioni Comunali d’Arte che si affacciano su Piazza Maggiore dal secondo piano di palazzo d’Accursio; ieri era una sala di rappresentanza dell’appartamento ufficiale del legato pontificio.

Il portale Storia e Memoria di Bologna ha come obiettivo sia l’approfondimento di quanto contenuto nei musei civici sia, soprattutto, l’allargamento della fruizione dei materiali museali a nuovi pubblici che hanno letture ben diverse da quelle degli specialisti. Investire nello sviluppo di applicazioni di Digital Cultural Heritage estende su scala sempre più ampia l’esperienza e la fruizione di contenuti virtuali con la possibilità di completare l’esperienza attraverso la visita fisica al museo.

La Memoria del governo pontificio a Bologna è una delle sei aree che in questi cinque anni hanno popolato il sito Storia e Memoria di Bologna. Le altre aree sono dedicate alla Certosa storica, alla prima Guerra Mondiale, alla lotta di Liberazione 1943-1945, a Bologna nell’Ottocento e alle 529 Lapidi, testimoni spesso silenziosi e usurati dal tempo, che sono disseminate nel paesaggio urbano.