da Roberto Grandi | 14 Mar, 2020 | Vita
Ricevo questa mail da Pechino.
Oggetto: I want to help from Beijing
Dear Prof. Grandi,
I’ve heard about the outbreak of coronavirus in Italia and I feel sorry and I’m so worried about you, how’s the situation now in Bologna and is there anything I can do for you?
I heard that the entire country was locked down, is it possible to send you some face masks or other medical materials you need from here Beijing? Anyway I’d like to try, could you please tell me your delivery address and phone number?
Don’t forget that you have so many students who love you so deeply in China and all over the world, you are extremely important to us, please be healthy!
Please tell me what else you need, I’ll try my best.
Miss you.
Yours
da Roberto Grandi | 27 Feb, 2020 | Cultura, Media
Musei chiusi per emergenza coronavirus? Al MAMbo di Bologna la mostra va in streaming.
Istituzione Bologna Musei: a musei chiusi fino al 1 marzo 2020, a seguito delle misure di contenimento della diffusione del coronavirus, da giovedì a domenica il MAMbo – Museo d’Arte Moderna di Bologna rende visibile in streaming Bonjour, performance ambientale di Ragnar Kjartansson, nell’ambito della mostra AGAINandAGAINandAGAINand.
Bonjour, sarà visibile da giovedì 27 febbraio a domenica 1 marzo sul canale >> YouTube MAMbo channel << giovedì e venerdì dalle h 16.00 alle h 18.00, sabato e domenica dalle h 12.00 alle 14.00 e dalle h 16.00 alle 18.00.
Alle persone che, durante gli orari di streaming, invieranno una mail con oggetto “Bonjour” all’indirizzo istituzionebolognamusei@comune.bologna.it saranno riservati un ingresso ridotto alla mostra AGAINandAGAINandAGAINand a partire dal primo giorno di riapertura e una pin MAMbo in omaggio.
Scarica il >> COMUNICATO STAMPA <<
da Roberto Grandi | 24 Feb, 2020 | Cultura
L’Università di Yale cancella il corso di Storia dell’Arte perché giudicato troppo “white people”. Invece di insegnare la vera storia dell’arte occidentale ora un nuovo corso sarà utilizzato per abbattere la grande arte occidentale. Così scrive Warner Todd Huston sulla testata giornalistica di destra The Washington Sentinel. Anche in Italia varie testate giornalistiche hanno ripreso la decisione di Yale con titoli in cui si parla del “ politicamente corretto che censura il dipartimento” e di “Raffaello addio”. Testate specialistiche come Finestre sull’Arte e Art Tribune sono andate oltre un approccio sensazionalistico ed allarmista.
In effetti la decisione di Yale merita un approfondimento per capire sia il contesto culturale in cui è maturata sia le conseguenze che può avere sull’insegnamento della storia dell’arte, non solo negli Stati Uniti. Per oltre cinquant’ anni il Dipartimento di Storia dell’Arte di Yale ha approfondito lo studio di tutte le forme di arte, architettura e cultura visiva all’interno dei rispettivi contesti storici e sociali. Questo studio si è sempre arricchito attraverso il confronto con quanto contenuto nella Galleria d’Arte dell’Università: opere importanti dell’arte europea e americana e collezioni di arte asiatica e africana. L’arte è considerata una disciplina universale che ha portato gli studiosi di Yale a realizzare ricerche scientifiche importanti sulle opere d’arte di tutto il mondo.
A Yale ci sono corsi undergraduate che coprono una pluralità di soggetti. Da “Arte greca e Architettura” a “Arte africana e culture espressive”; da “Fotogiornalismo americano” alla “Introduzione alla storia dell’arte” a “Arte in Cina”. Poi seminari più specialistici sul surrealismo, il museo globale. Questa diversità di proposte si accompagna alla copertura intensa dell’arte occidentale, dalla Grecia classica al medioevo, dal Rinascimento al Barocco, dal diciannovesimo secolo fino all’arte moderna e contemporanea.
A questa pluralità di punti di vista proposti nei corsi curriculari corrispondevano due soli corsi introduttivi – survey course – di storia dell’arte. Chi ha insegnato negli Stati Uniti sa bene che si tratta di corsi semestrali con una affluenza elevata di studenti (a Yale qualche centinaio) privi di qualsiasi conoscenza pregressa sul contenuto. In questi corsi si propone, in un ristretto arco di tempo, una visione necessariamente generica e non approfondita su temi di solito molto vasti, una cornice a successivi approfondimenti
Il primo corso (HSAR 112) affrontava la storia dell’arte dell’antico Medio-oriente, Egitto e Europa pre-rinascimentale. Il secondo (HSAR 115) l’arte europea e americana dal Rinascimento a oggi.
In un comunicato, in cui si riaffermava che Yale considera l’arte una disciplina universale che ha portato i suoi studiosi a realizzare ricerche scientifiche importanti sulle opere d’arte di tutto il mondo, si annunciava la sospensione dei due corsi introduttivi sostituendoli con altri.
I nuovi corsi, sempre nelle parole del dipartimento, affronteranno la produzione artistica europea e americana, le tradizioni mondiali e saranno organizzati in tematiche affrontate secondo una prospettiva comparativa. Il dipartimento assicura infatti l’impegno a studiare tutte le forme di arte, architettura e cultura visiva e di volere condividere i risultati delle ricerche sui diversi prodotti artistici. Dalle sculture del Partenone ai bronzi del Benin, dal Rinascimento fiorentino alle sculture azteche, dal Taj Mahal alla performance e all’arte digitale.
Già da questo anno accademico sono stati aggiunti altri quattro corsi introduttivi che si muovono attraversando le tradizioni e le periodizzazioni storiche. Arte decorativa nel mondo, Arti della Via della Seta, Arte sacra nel mondo, Le politiche di rappresentazione.
Alla motivazione da parte del Dipartimento di Storia dell’Arte di Yale, non hanno creduto gli ambienti statunitensi più conservatori, ripresi anche in Italia, che hanno collocato questa decisione all’interno del frame del politicamente corretto. E’ stato considerato infatti un esempio ulteriore di un sistema di miseducazione che tenta di distruggere l’educazione americana in favore di ideologie razziste e anti-americane. Questa interpretazione è stata giustificata anche dalla affermazione apparsa sul Yale Daily
News dell’esistenza di un certo disagio verso il canone occidentale, che viene ritenuto eccessivamente bianco, europeo, maschile.
Penso, per esperienza diretta, che i curricula universitari siano una materia che deve essere considerata dinamica per interpretare i cambiamenti culturali globali. Ciò a cui abbiamo assistito negli ultimi decenni è un rafforzamento della prospettiva comparativa che non deve essere adottata per penalizzare e colpevolizzare alcune culture, ma per arricchire i punti di vista attraverso i quali leggere l’evoluzione dell’umanità.
Quindi la scelta non è tra Raffaello sì o Raffaello no, ma a favore di Raffello insieme agli artisti che hanno fatto grande tutta l’arte mondiale.
da Roberto Grandi | 18 Feb, 2020 | Cultura, Immaginazione
Mozart sbagliava i compiti? Questa tastiera perfetta è insuonabile? Dove tenete il primo libro di musica a stampa? Queste alcune delle domande fatte a “Musica da vedere”, una serie di visite in cui gli esperti sono a disposizione dei visitatori. A domanda, rispondono. Accade al Museo Internazionale e biblioteca della musica di Bologna all’interno della rassegna “#wunderkammer, il museo delle meraviglie”.
Come ho scritto più volte oggi un museo non è solo un luogo di esposizione di oggetti ma un intreccio di storie e un hub culturale. #Wunderkammer si propone, e non è un caso, di valorizzare il complesso patrimonio costituito dalle raccolte permanenti di beni musicali, librari e artistici del museo, incentivandone in maniera sorprendente la conoscenza presso un ampio pubblico. Un unico contenitore in cui si integrano esperienze diversificate: concerti, narrazioni musicali, visite guidate.
La nuova edizione, in programma dal 15 febbraio al 21 giugno 2020, si compone di un ricco palinsesto di 33 appuntamenti articolati in quattro distinte sezioni tematiche.
“Com’è fatto? la musica vista da dentro”. Questa sezione approfondisce la storia degli strumenti musicali, il perché dei materiali usati e delle forme modellate da secoli di tecniche, stili, sapienza e segreti artigianali. Cosa di meglio che chiederlo ai costruttori di oggi che accompagneranno i visitatori in un viaggio (letteralmente) “dentro“ la musica alla scoperta delle straordinarie proprietà acustiche del legno e della storia degli strumenti ad arco, dei segreti nella costruzione del cornetto, per finire con l’organo ad ala, costruito dal maestro organaro Nicola Ferroni, che sarà “ospite” del museo e protagonista in diversi concerti della rassegna.
Segue “#wk narrazioni musicali. Scoperta dei segreti della collezione del Museo della Musica”. Incontri per ri-creare il volto delle collezioni raccontando le storie di uno strumento musicale, di un dipinto, di uno spartito. Così, la ri-creazione delle collezioni museali è al tempo stesso ricreazione della mente di chi partecipa e ricreazione di una memoria dimenticata del passato che ci appartiene. E proposte editoriali originali su Bach, Verdi e Mascagni.
La terza sezione,” Insolita la musica che non ti aspetti” è la rassegna di concerti in cui i tesori musicali del museo e della biblioteca tornano a (ri)suonare. Infatti, tutti i programmi di concerto vengono selezionati in quanto legati a un manoscritto, un’edizione a stampa, una lettera, un dipinto appartenenti alle collezioni del museo. E Insolita sarà anche l’occasione per vederli “da molto vicino”: gli esperti del museo mostreranno, di volta in volta, uno dei pezzi unici della collezione legato al programma del concerto che seguirà. Tra gli insoliti mi piace ricordare il concerto di Sensus, Ut Musica Pictura, sugli strumenti ricostruiti a partire da quelli dipinti da Raffaello Sanzio, e la tappa bolognese della violinista tedesca Franziska Strohmayr, Bach… nach Ron, nel suo viaggio in bicicletta da Augusta, in Germania, fino a Roma.
“Variazioni le visite che non ti aspetti” propone, come detto, un esperto del museo a disposizione del pubblico per rispondere a tutte le domande sul museo che attraversano sei secoli di storia della musica. Poi visite sonate e un laboratorio di danza dove i partecipanti potranno ricreare l’atmosfera e le coreografie originali di una danza d’epoca per poi esibirsi in una visita danzata nelle sale alla scoperta della collezione degli antichi trattati di danza esposti in museo.
E’ questo intreccio di proposte insolite, inaspettate e sorprendenti che apre le porte alla meraviglia di pubblici diversi, sia quelli già fidelizzati, sia pubblici nuovi.
da Roberto Grandi | 29 Gen, 2020 | Media, Politica
Salvini ha nazionalizzato una competizione elettorale regionale trasformandola in un referendum su di sé. Questa strategia di ribaltamento ha una lunga storia nelle campagne elettorali. Fermiamoci all’Italia negli ultimi venti anni.
Un primo esempio di ‘nazionalizzazione” di una campagna regionale con voto diretto del Presidente si ebbe il 16 aprile 2000. Berlusconi, di nuovo alleato con la Lega, ribaltò il carattere regionale con una campagna incentrata sulla “Scelta di Campo” nazionale contro la Sinistra. D’Alema, Presidente del Consiglio, accettò la sfida, fidandosi dei sondaggi e sperando così di legittimare con un voto la sua Presidenza. Quindici le Regioni al voto, di cui 11 governate dal centrosinistra. D’Alema dichiarò, incautamente, che avrebbe vinto 10 a 5 o addirittura 11 a 4. Questo referendum sui due leader finì 8 a 7 per Berlusconi. Il giorno successivo D’Alema si dimise. Subentrò il governo Amato.
Quattordici anni dopo, il 25 maggio 2014, si tennero le elezioni europee. In questo caso sia il Presidente del Consiglio, Matteo Renzi, che Beppe Grillo snaturarono la portata europea di queste elezioni e le trasformarono in un referendum, amplificato dai media, su di loro. Si ipotizzava un testa a testa, invece il Pd di Renzi prevalse con quasi il 41% verso il M5S di Grillo al 21%.
Questa vittoria ha probabilmente indotto Renzi a personalizzare anche il successivo referendum costituzionale del 4 dicembre 2016. I manuali di comunicazione politica mettono in guardia da ripetere un colpo vincente. Troppe sono le ‘variabili ambientali’ che influiscono sui risultati dei referendum personalizzati. L’esito lo ricordiamo. Renzi ottenne di nuovo il 41%, ma questa volta di fronte aveva il 59% di no. Come D’Alema sedici anni prima, il giorno successivo annunciò le dimissioni da Presidente del Consiglio.
L’ultimo esempio è fresco fresco.
Matteo Salvini, dopo l’incidente di percorso delle dimissioni balneari che non hanno provocato l’auspicata e attesa caduta del governo, è stato costretto a cercare un’altra occasione per dare la spallata a Conte, senza attendere la scadenza elettorale naturale. Le elezioni regionali in Umbria e Calabria non avevano la portata politica sufficiente per fare credere che avrebbero provocato la caduta del governo. L’appuntamento perfetto era il voto in Emilia-Romagna. Le elezioni europee avevano visto l’avanzata della Lega e l’arretramento del Partito Democratico e dei grillini anche in Emilia Romagna, che è così diventata una Regione contendibile. Salvini ha deciso di non seguire il modello vincente di Giorgio Guazzaloca che, venti anni prima, aveva conquistato il comune rosso di Bologna con una proposta di centrodestra a guida civica. La ragione è chiara. Se infatti il candidato presidente del centro destra a questa elezione fosse stato un civico centrista, sarebbe stato impossibile per Salvini nazionalizzare l’elezione trasformandola in un referendum su di sé e, come effetto riflesso, contro il governo. Definire la strategia significa fare una scelta e rimanervi fedele per tutta la campagna. E’ ciò che Salvini ha fatto. Tutto deriva da questa scelta, imposta ad alleati in parte riottosi ma subalterni. Conseguente è stata la scelta di una candidata della Lega, Lucia Borgonzoni, con cui costruire un gioco di squadra in cui ciascuno aveva un ruolo. Mediaticamente preminente quello di Salvini che, forte dei sondaggi, ha fatto due mesi di campagna intensa, on line e off line, per nazionalizzare e personalizzare al massimo le elezioni regionali. Da questo punto di vista Salvini ha avuto successo e tutti i media hanno contribuito a dipingere questa elezione come un referendum su Salvini e sul destino del governo Conte. Questa scelta di Salvini ha indotto il centrosinistra a fare l’unica scelta possibile. Accettare sì la sfida della personalizzazione, accompagnata però a una deideologizzazione e regionalizzazione del voto. Da ciò è conseguita la campagna tutta incentrata su Stefano Bonaccini quale buon amministratore che chiede il voto non a nome dei partiti, ma per quello che aveva fatto e la competenza che aveva messo in campo. Da una parte, la nazionalizzazione della campagna elettorale, dall’altra la sua regionalizzazione. Su questi binari si sono instradate le campagne parallele di Salvini e Bonaccini (con Lucia Borgonzoni meno mediaticamente esposta) che hanno battutto palmo a palmo la regione. Questo modello di campagna elettorale è stato a un certo punto messo alla prova dalla presenza di un terzo attore imprevisto, anche nei manuali. Il movimento della sardine che, dal punto di vista della strategia di Salvini, ha depotenziato
il ruolo centrale di vicinanza al popolo attribuito alle piazze piccole, medie, grandi che riempiva con una regolarità, amplificata anche eccessivamente dai media. On line e off line dominati da Salvini che ogni sera aveva prenotato il suo spazio sui notiziari nazionali. Da un certo momento in avanti, però, le piazze di Salvini sono diventate, anche mediaticamente, le piazze di Salvini e delle sardine. Paradossalmente Salvini ha contribuito a consolidare il ruolo delle sardine come movimento che proponeva un linguaggio e valori contrapposti al suo modo muscoloso di fare campagna elettorale. Salvini non era più il padrone televisivo delle piazze, ma doveva accettare una coabitazione. Ai servizi televisivi dedicati alla presenza di Salvini in strada si accompagnavano servizi sulla presenza delle sardine negli stessi luoghi. A volte più numerose. La strategia di Salvini doveva mantenere una propria coerenza anche perché era tardi per qualsiasi cambiamento. Gli ingranaggi rodati e routinari della campagna permanente salviniana erano stati pensati contro i partiti e i suoi esponenti, non contro un soggetto ibrido e sfuggente come le sardine e un candidato che enfatizzava più tratti civici che partitici. E’ come se grumi di sabbia si fossero inseriti in un ingranaggio rodato che ha cominciato a fare qualche giro a vuoto. Salvini ha quindi deciso di spingere ancora di più, di stressare la macchina della propaganda estremizzandone ulteriormente i contenuti e, soprattutto, le modalità di comunicazione. In politica è noto che a una sollecitazione si hanno sempre delle risposte. Bisogna prevedere con certezza che le risposte positive di adesione e mobilitazione non superino quelle di rifiuto e contrapposizione. Bisogna evitare che le azioni creino degli anticorpi imprevisti. Questo è ciò che accade specialmente nelle elezioni trasformate in un referendum, in cui uno solo vince. Si va a votare a favore di un candidato e si va a votare anche contro un candidato.
L’esito delle urne ci ha detto che Salvini con la sua campagna ha sì mobilitato il proprio elettorato ma ha anche, contemporaneamente, contribuito a mobilitare un elettorato motivato dalla necessità di fermarlo. Bonaccini con la sua campagna ha mobilitato un elettorato più ampio di quello dei partiti che lo hanno appoggiato e ha usufruito anche del voto contro il ‘pericolo salviniano’.