Publics Globally Want Unbiased News Coverage, but Are Divided on Whether Their News Media Deliver

Publics Globally Want Unbiased News Coverage, but Are Divided on Whether Their News Media Deliver

Publics around the world overwhelmingly agree that the news media should be unbiased in their coverage of political issues, according to a new Pew Research Center survey of 38 countries. Yet, when asked how their news media are doing on reporting different political issues fairly, people are far more mixed in their sentiments, with many saying their media do not deliver. And, in many countries, there are sharp political differences in views of the media – with the largest gap among Americans.

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Altro che milioni di follower: ecco quanti utenti seguono davvero i leader politici su Twitter

Altro che milioni di follower: ecco quanti utenti seguono davvero i leader politici su Twitter

I dati Cnr e Policom in esclusiva per Repubblica: gli account attivi sul social network sono solo una piccola parte: così i 3,3 milioni di follower di Renzi si riducono a 400mila, e tutti gli altri calano di conseguenza. Ma nessuno dei leader politici ha mai acquistano pacchetti di account per ‘gonfiare’ i suoi numeri.

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PRE POST FAC – IRONIA DELLA POLITICA

PRE POST FAC – IRONIA DELLA POLITICA

C’è chi dice che la post-politica abbia creato una nuova figura: il post-candidato pre-dimissionario o pre-dimissionato.
Allo Speakers’ Corner di Hide Park, a Londra, chiunque può diventare oratore e parlare sui temi più diversi rivolto a chi vuole ascoltare. Non bisogna essere oratori come Marx, Lenin e George Orwell, che pure si sono esibiti allo Speakers’ Corner, per avere un pubblico di uditori, spesso polemici.
Ogni città ha il suo Speakers’ Corner, talvolta sono angoli di piazze, altre volte gli interni di bar o altri spazi pubblici.
Vagando in questi giorni tra piazze e bar sono emersi diversi stili di orazione sui contenuti della politica nelle imminenti elezioni.
Alcuni temi e modi sono quelli della propaganda esplicita per un partito, altri dell’attacco contro certi partiti, ma soprattutto contro certi candidati, altri ancora sono gli oratori del “io non sono…ma” e poi giù una sequela di giudizi negativi sugli immigrati, gli omosessuali, i barboni, chi non fa le multe e chi fa le multe, chi telefona con il cellulare, chi si scorda il cellulare a casa e così via.
Quest’anno nei discorsi sulla campagna elettorale serpeggiano commenti che condividono sorpresa per alcune stranezze.
Con un tono ironico, per esempio, ho sentito parlare di teatro dell’assurdo o del paradosso a proposito di candidati dimissionari o dimissionati o dimissionabili. In effetti, se riflettiamo bene, è una novità che alcuni candidati abbiano già dichiarato le proprie future dimissioni oppure che siano già stati dimessi da chi li ha presentati. Senza entrare nel merito politico della questione è effettivamente un sentimento nuovo quello dell’elettore che voterà per una lista il cui candidato non fa di tutto per convincerti a votarlo ma ha già dichiarato che si dimetterà o che la lista che rappresenta lo ha già dimissionato o che pur se dimissionato dalla lista dichiara che non si dimetterà. Ecco perché alcuni sostengono, con ironia, che la post-politica abbia creato il post-candidato pre-dimissionario o pre-dimissionato. Per non parlare, in tema di assurdo, del candidato non-candidabile onnipresente sugli schermi.
Altri sentono la “nostalgia della carta”. Senza tornare alle elezioni degli anni ’50 in cui i volantini costituivano il tappeto delle strade più trafficate serpeggia nostalgia per le grandi bacheche che tappezzavano le strade, oggi sempre meno numerose, e per i muri sui quali di notte gli attacchini dei partiti ricoprivano i manifesti degli avversari in un processo che andava avanti finche il peso dei manifesti non li faceva cadere scrostando il muro. C’è nostalgia anche per la buchetta della posta intasata dai programmi e dalle facce dei candidati. C’è chi, pur essendosi sempre lamentato della tanta carta che i partiti ti mandavano, si sente oggi abbandonato e con espressione triste e sconfortata dice che aspetta almeno il fac simile della scheda. “Se non mi mandano neppure questo, non vado a votare”. Alla faccia della politica 2.0.

Photo credits: Foto dell’Autore. Kazimir Malevic Ricostruzione dei costumi per l’opera Vittoria sul Sole (1913) Mostra REVOLUTIJA da Chagall a Malevich da Repin a Kandinsky a MAMbo – Museo d’Arte Moderna di Bologna (12.12.2017 – 13.05.2018).

 

COSTRUIRE E DECOSTRUIRE  L’AGENDA POLITICA

COSTRUIRE E DECOSTRUIRE L’AGENDA POLITICA

Il controllo delle priorità su cui si incentra la campagna elettorale, sia sul piano dei programmi, sia su quello dei candidati, è fondamentale: i media e le campagne influenzano le priorità degli elettori che a loro volta tendono a valutare i candidati e i programmi sulla base degli argomenti trattati dai media (Grandi e Vaccari Come si vincono le elezioni Carrocci).

Le campagne elettorali cercano dunque di influire, attraverso i media e la comunicazione diretta dei partiti, sulle priorità degli elettori e sui loro criteri di giudizio, anche se sono limitate da tre fattori: l’orientamento preesistente dell’opinione pubblica; le caratteristiche del candidato, che tenta di attirare l’attenzione sugli argomenti sui quali è percepito più competente e gli eventi esterni, che possono spostare l’attenzione su questioni e tratti diversi da quelli enfatizzati dai candidati, come nel caso di crisi ed emergenze.
Anche in questa campagna elettorale i partiti e i candidati concentrano i propri messaggi solo sulle proposte e sui tratti personali che li possono avvantaggiare differenziandoli in maniera positiva dagli altri.
Chi si candida ha interesse a enfatizzare un certo argomento quando gli elettori approvano il suo operato in quell’area, concordano con le sue proposte e ritengono quel problema rilevante.
Chi si candida ha anche l’obiettivo di fare in modo che l’agenda politica che definisce le priorità della campagna elettorale coincida il più possibile con quanto da lui o lei proposto.
L’agenda politica è oggi sbilanciata dalla parte della coalizione di centrodestra perché, come è avvenuto già parecchie volte dal 1994, la percezione di assenza di sicurezza, la paura degli stranieri e, in positivo, “prima gli italiani” sono temi condivisi da un largo numero di elettori e rafforzati da eventi di cronaca significativi.
I temi legati ai risultati positivi dei governi degli ultimi anni e alla dimostrazione di sapere governare sono, ovviamente, quelli di chi ha governato –nel nostro caso il centrosinistra- e sono oggi condivisi da una parte oggi minoritaria di cittadini, anche perché sui media è prevalso in generale il giudizio “si, ma … si poteva fare di più”. Considerato che sempre si può fare di più sono temi che rischiano di perdere la loro forza attrattiva.
Il M5S rimane ancorato alla priorità che lo ha caratterizzato dalla nascita: la diversità dai partiti che sono tutti complici del sistema politico corrotto e inefficiente che abbiamo. La condivisione di questa priorità è elevata e stabile.
E’ un modo schematico ma non rozzo di considerare la campagna elettorale attuale: da un lato, la battaglia del centrosinistra per modificare l’agenda politica, dall’altra, quella del centrodestra per rafforzarla.
Vi sono ancora margini di manovra, considerato il numero degli indecisi.
Assisteremo quindi ad attacchi e contrattacchi per riposizionare la percezione dei vari schieramenti. Il centrosinistra –che si è presentato come “Forza tranquilla”, riprendendo lo slogan di un vincente Mitterand- dovrà darsi una iniezione di dinamismo e concentrarsi su pochi e condivisi risultati, da un lato, enfatizzare il rischio di dare l’Italia in mano a estremisti (schiacciando a destra il centrodestra e mostrandone le contraddizioni) o a incompetenti (accentuando le ingenuità e gli errori dei cinquestelle).
Il centrodestra dovrà fare credere irrilevanti le proprie contraddizioni interne (per certi versi simili a quelle della coalizione vincente, durata sei mesi, nel 1994) e se possibile utilizzarle per allargare il bacino elettorale, enumerare i limiti e gli errori dei provvedimenti dei governi di centrosinistra e demonizzare come pericolosi incompetenti i candidati pentastellari.
Il M5S dovrà, da una lato, difendere la propria diversità epurando con immediatezza chi “ha tradito il movimento”, consapevole che è un argomento entrato nella agenda elettorale, e dall’altro, rassicurare gli elettori che la governabilità non può essere frutto di inciuci pre-elettorali ma della capacità di elaborare un programma aggregativo da parte del partito di maggioranza.
L’agenda elettorale ha una sua rigidità, in quanto frutto della stratificazione delle priorità nel tempo, ma presenta anche alcune possibilità di venire modificata durante la campagna elettorale se vengono individuati i suoi punti di debolezza.

Photo credits: Foto dell’Autore. Museo Civico Medievale Bologna
ARCHEOLOGIA DELLE FAKE NEWS

ARCHEOLOGIA DELLE FAKE NEWS

Fake news è un termine alla moda che dilata il proprio significato giorno dopo giorno, una nebulosa di senso usata per spiegare troppo senza riuscire a convincere.
Un lavoro di archeologia del giornalismo ci aiuta a capire le origini di questo fenomeno e perché quelli che oggi si scandalizzano di più sono spesso quegli stessi che fino a ieri hanno avuto il monopolio della fabbricazione di informazioni false, spesso sensazionali, diffuse per essere credute notizie vere. Ovvero le fake news.
Limitiamo la ricerca a un campo specifico, la promozione della guerra da parte dei governi di paesi democratici che hanno bisogno del consenso di una pubblica opinione spesso restia ad impegnarsi in conflitti bellici.
Nella Guerra di Crimea (1853-1856) quando William Russel, inviato del Times e forse il primo corrispondente di Guerra, iniziò a scrivere articoli che provocavano in patria un senso di orrore per la descrizione dei massacri a cui assisteva, il governo britannico reagì inviando al fronte Roger Fenton, forse il primo fotografo di guerra, con l’ordine di non fotografare morti e mutilati ma calme e dolci vallate, più adatte a fare da sfondo a scampagnate che a un sanguinoso conflitto armato.
Nella Prima Guerra Mondiale (1914-1918) la propaganda su larga scala che ha affiancato alla censura la diffusione di informazioni false ha interessato anche gli Stati Uniti. Il Committee on Public Information fu istituito dal Presidente Wilson per “Vendere la guerra al pubblico americano” e trasformare in 6 mesi un sentimento maggioritario contrario in uno favorevole, anche attraverso la produzione di decine di manifesti che in maniera realistica deformavano la realtà con l’unno invasore che violentava donne inermi, la Statua della Libertà tra le fiamme, gli operai americani che versano il salario nell’elmetto del tedesco vincitore. Successivamente il governo statunitense si impegnò, a partire dal 1960, in una campagna di persuasione dei propri cittadini sulla necessità di rafforzare il Vietnam del Sud contro l’ “attacco dei comunisti”.
La Guerra del Vietnam (1960-1975) è stata raccontata in maniera favorevole al punto di vista governativo fino al 1968 quando i giornalisti iniziarono a inondare gli schermi televisivi di immagini e parole che svelavano dal campo di battaglia le mezze verità e falsità dei bollettini ufficiali del Ministero della Difesa.
In tre guerre lampo – Falkland-Malvinas (1982), Grenada (1983), Panama (1989) – i governi inglese e statunitense più che costruire notizie false hanno preferito attuare un controllo talmente stretto sulle informazioni da rendere queste guerre le prime guerre non-visibili dell’era televisiva.
Con la prima Guerra del Golfo (1991) si sviluppa un modo nuovo di fare rappresentare, o non fare rappresentare, la guerra attraverso una strategia coordinata dal news management che colpisce al cuore la fame di notizie delle testate giornalistiche cartacee e televisive. Per preparare la guerra parte l’operazione “Manipolazione attraverso inondazione”: grandi agenzie di pubbliche relazioni costruiscono servizi informativi e video, spesso con dati e immagini false, per demonizzare Saddam Hussein e convertire l’opinione pubblica ad una posizione favorevole all’intervento. Iniziato il conflitto, il news management inaugurò il Joint Information Bureau a Dhahran che saturò le richieste degli oltre 1000 corrispondenti di guerra che non sono mai entrati in Irak con una intossicazione mediatica di immagini che presentavano una guerra tecnologica e chirurgica con danni laterali irrisori. Al termine del conflitto giornali autorevoli come The New York Times e The Washington Post fecero il mea culpa per avere ritrasmesso come vere immagini e informazioni mai verificate e costruite dal Pentagono.
Dopo la strage delle Twins Towers dell’11 settembre 2001 la reazione di Bush raffina la strategia del marketing della guerra attraverso la costruzione di notizie esagerate e false per produrre nella popolazione un senso generalizzato di paura e di paranoia che la portasse ad accettare l’idea di una guerra permanente. La conseguente Guerra in Afghanistan (dal 2001 ad oggi) ha come sole fonti di informazione le notizie e le immagini del Pentagono risultando, paradossalmente, una guerra trasmessa in diretta, che nessun giornalista ha documentato sul campo, tanto che l’informazione di guerra del dopo 11 settembre viene stretta nella morsa tra il diritto di informare, da un lato, e il diritto/dovere di proteggere la sicurezza del Paese, anche con misure patriottiche di autocensura, dall’altro.
La seconda Guerra del Golfo (2003) è stata preparata attraverso una vincente guerra di disinformazione di massa –amplificata da tutti i media – che ha alimentato con false prove costruite dai governi inglese e statunitense il dibattito sulla necessità di una guerra preventiva, giustificata dalla presenza in Irak di armi di distruzione di massa, di un commercio illegale di forniture nigeriane di uranio arricchito, dall’esistenza di uno stretto legame tra Osama Bin Laden e Saddam Hussein. Le tre settimane della guerra hanno prodotto una grande quantità di immagini che, a differenza dei casi precedenti, proveniva da una pluralità di fonti: giornalisti embedded, ossia incorporati nelle unità militari; pochi giornalisti presenti all’interno del fronte, non incorporati in unità militari; un centinaio di giornalisti rimasti a Baghdad e modi di informare innovativi come i blog redatti da giornalisti o da altri testimoni che fornivano un’informazione non sottomessa ad alcun controllo della quale era però difficile verificare l’attendibilità.
Sono i primi sintomi di quanto avverrà qualche anno dopo con lo sviluppo dei media digitali che ha ampliato in maniera significativa le fonti di informazioni (sia vere che false) e posto in crisi il vecchio equilibrio basato sulla disinformazione di stato per dare luogo a quel nuovo modo di costruire e veicolare informazioni false che ha reso di moda il dibattito sulle fake news.

Photo credits: Foto dell’Autore. Orea Malia Wall