Fake news è un termine alla moda che dilata il proprio significato giorno dopo giorno, una nebulosa di senso usata per spiegare troppo senza riuscire a convincere.
Un lavoro di archeologia del giornalismo ci aiuta a capire le origini di questo fenomeno e perché quelli che oggi si scandalizzano di più sono spesso quegli stessi che fino a ieri hanno avuto il monopolio della fabbricazione di informazioni false, spesso sensazionali, diffuse per essere credute notizie vere. Ovvero le fake news.
Limitiamo la ricerca a un campo specifico, la promozione della guerra da parte dei governi di paesi democratici che hanno bisogno del consenso di una pubblica opinione spesso restia ad impegnarsi in conflitti bellici.
Nella Guerra di Crimea (1853-1856) quando William Russel, inviato del Times e forse il primo corrispondente di Guerra, iniziò a scrivere articoli che provocavano in patria un senso di orrore per la descrizione dei massacri a cui assisteva, il governo britannico reagì inviando al fronte Roger Fenton, forse il primo fotografo di guerra, con l’ordine di non fotografare morti e mutilati ma calme e dolci vallate, più adatte a fare da sfondo a scampagnate che a un sanguinoso conflitto armato.
Nella Prima Guerra Mondiale (1914-1918) la propaganda su larga scala che ha affiancato alla censura la diffusione di informazioni false ha interessato anche gli Stati Uniti. Il Committee on Public Information fu istituito dal Presidente Wilson per “Vendere la guerra al pubblico americano” e trasformare in 6 mesi un sentimento maggioritario contrario in uno favorevole, anche attraverso la produzione di decine di manifesti che in maniera realistica deformavano la realtà con l’unno invasore che violentava donne inermi, la Statua della Libertà tra le fiamme, gli operai americani che versano il salario nell’elmetto del tedesco vincitore. Successivamente il governo statunitense si impegnò, a partire dal 1960, in una campagna di persuasione dei propri cittadini sulla necessità di rafforzare il Vietnam del Sud contro l’ “attacco dei comunisti”.
La Guerra del Vietnam (1960-1975) è stata raccontata in maniera favorevole al punto di vista governativo fino al 1968 quando i giornalisti iniziarono a inondare gli schermi televisivi di immagini e parole che svelavano dal campo di battaglia le mezze verità e falsità dei bollettini ufficiali del Ministero della Difesa.
In tre guerre lampo – Falkland-Malvinas (1982), Grenada (1983), Panama (1989) – i governi inglese e statunitense più che costruire notizie false hanno preferito attuare un controllo talmente stretto sulle informazioni da rendere queste guerre le prime guerre non-visibili dell’era televisiva.
Con la prima Guerra del Golfo (1991) si sviluppa un modo nuovo di fare rappresentare, o non fare rappresentare, la guerra attraverso una strategia coordinata dal news management che colpisce al cuore la fame di notizie delle testate giornalistiche cartacee e televisive. Per preparare la guerra parte l’operazione “Manipolazione attraverso inondazione”: grandi agenzie di pubbliche relazioni costruiscono servizi informativi e video, spesso con dati e immagini false, per demonizzare Saddam Hussein e convertire l’opinione pubblica ad una posizione favorevole all’intervento. Iniziato il conflitto, il news management inaugurò il Joint Information Bureau a Dhahran che saturò le richieste degli oltre 1000 corrispondenti di guerra che non sono mai entrati in Irak con una intossicazione mediatica di immagini che presentavano una guerra tecnologica e chirurgica con danni laterali irrisori. Al termine del conflitto giornali autorevoli come The New York Times e The Washington Post fecero il mea culpa per avere ritrasmesso come vere immagini e informazioni mai verificate e costruite dal Pentagono.
Dopo la strage delle Twins Towers dell’11 settembre 2001 la reazione di Bush raffina la strategia del marketing della guerra attraverso la costruzione di notizie esagerate e false per produrre nella popolazione un senso generalizzato di paura e di paranoia che la portasse ad accettare l’idea di una guerra permanente. La conseguente Guerra in Afghanistan (dal 2001 ad oggi) ha come sole fonti di informazione le notizie e le immagini del Pentagono risultando, paradossalmente, una guerra trasmessa in diretta, che nessun giornalista ha documentato sul campo, tanto che l’informazione di guerra del dopo 11 settembre viene stretta nella morsa tra il diritto di informare, da un lato, e il diritto/dovere di proteggere la sicurezza del Paese, anche con misure patriottiche di autocensura, dall’altro.
La seconda Guerra del Golfo (2003) è stata preparata attraverso una vincente guerra di disinformazione di massa –amplificata da tutti i media – che ha alimentato con false prove costruite dai governi inglese e statunitense il dibattito sulla necessità di una guerra preventiva, giustificata dalla presenza in Irak di armi di distruzione di massa, di un commercio illegale di forniture nigeriane di uranio arricchito, dall’esistenza di uno stretto legame tra Osama Bin Laden e Saddam Hussein. Le tre settimane della guerra hanno prodotto una grande quantità di immagini che, a differenza dei casi precedenti, proveniva da una pluralità di fonti: giornalisti embedded, ossia incorporati nelle unità militari; pochi giornalisti presenti all’interno del fronte, non incorporati in unità militari; un centinaio di giornalisti rimasti a Baghdad e modi di informare innovativi come i blog redatti da giornalisti o da altri testimoni che fornivano un’informazione non sottomessa ad alcun controllo della quale era però difficile verificare l’attendibilità.
Sono i primi sintomi di quanto avverrà qualche anno dopo con lo sviluppo dei media digitali che ha ampliato in maniera significativa le fonti di informazioni (sia vere che false) e posto in crisi il vecchio equilibrio basato sulla disinformazione di stato per dare luogo a quel nuovo modo di costruire e veicolare informazioni false che ha reso di moda il dibattito sulle fake news.

Photo credits: Foto dell’Autore. Orea Malia Wall