Il Museo Civico Archeologico di Bologna ospita una mostra dedicata all’arte giapponese composta da circa 270 opere provenienti dal Museum of Fine Arts, Boston per la prima volta in Italia.
Gli anni trenta dell’Ottocento segnarono l’apice della produzione ukiyoe nota come “immagini del Mondo Fluttuante”. In quel periodo furono realizzate le serie silografiche più importanti a firma dei maestri che si confermarono – qualche decennio più tardi con l’apertura del Paese – come i più grandi nomi dell’arte giapponese in Occidente.
Tra essi spiccò da subito Hokusai, artista e personalità fuori dalle righe. Vent’anni dopo rispetto a Hokusai, Hiroshige divenne un nome celebre della pittura ukiyoe poco dopo l’uscita delle Trentasei vedute del monte Fuji.
Gli stati fanno debiti e ai cittadini domandano prestiti. Anche cento anni fa. Le guerre costano. Prima dello scoppio, per persuadere i cittadini all’intervento. Durante, per sostenere le spese belliche. Alla fine, per ricostruire ciò che è stato distrutto.
Del marketing della guerra preventivo abbiamo già parlato su questo blog.
Come detto, la guerra costa. Nella Prima Guerra Mondiale l’emissione dei prestiti si è cadenzata sulle fasi principali. La prima emissione, allo scoppio nel 1914, contava sull’entusiasmo interventista ancora caldo. Ne seguirono altre due nel 1915 e nel 1917, quando la disfatta di Caporetto mise in forse l’esito della guerra e costringeva a rimotivare gli italiani. Un prestito ulteriore è stato richiesto al termine del conflitto per finanziare la ricostruzione. La campagna di persuasione di massa non è stata né improvvisata né ingenua o poco professionale. Al contrario, il governo pianificò, utilizzando le migliori e più aggiornate tecniche di marketing già applicate ai prodotti commerciali, massicce campagne di propaganda con al centro la pubblicità. I muri delle città vennero tappezzati, come mai prima, di manifesti che individuavano ciascuno un target specifico. Le donne, nel duplice ruolo di madri, mogli, sorelle, cognate degli uomini al fronte e di responsabili dell’economia domestica. I bambini e le bambine che dovevano imparare fin da giovani a fare piccoli sacrifici per la Patria. Il restante della popolazione che doveva adattarsi a vivere anch’esso al fronte, più interno rispetto alla prima linea, ma non meno strategico par raggiungere la vittoria finale.
Gli argomenti sviluppati in tutte le campagne facevano riferimento a due motivazioni.
Una razionale e utilitaria che rispondeva alla promessa garantita dallo Stato: Prestito Nazionale in Rendita Consolidata al 5% netto.
L’altra emotiva, passionale, simbolica dove, con immagini suggestive e frasi roboanti, si creava una vera e propria estetica della persuasione a donare. Eroe positivo è il fante che, come nel manifesto del 1917 di Achille Luciano Mauzan, esce dalla trincea con il fucile in una mano, lo sguardo e l’indice sinistro dell’altra mano rivolto a noi, mentre ci dice Fate tutti il vostro dovere. Ognuno nel fronte interno vede in quel fante il proprio caro al fronte e quindi quella frase diventa un imperativo morale. E’ una immagine ricorrente nella motivazione bellica dall’inglese Your country needs You, allo zio Sam statunitense di James Flagg I want you for the U.S. Army. Un altro attore positivo e centrale nella strategia di persuasione emotiva è la presenza allegorica dell’Italia. Ancora Mauzan la pone al centro, con l’ala a sinistra e la bandiera a destra, mentre brandisce la spada. Nella parte inferiore del manifesto mani, che rimandano ai vari ceti sociali, che sottoscrivono il giuramento alla patria: e nostro torni quel che fu già nostro. Un’altra presenza coinvolgente nei manifesti è l’infanzia. Bambine e bambini cui si chiede di rompere il salvadanaio per la vittoria. Oppure visi di fanciulli disperati che ti guardano pronunciando una frase che agisce come un impegno morale ineludibile: Nostro padre ha dato la vita, voi non negherete il denaro. Sottoscrivete. A volte soltanto evocato, a volte rappresentato con parole o immagini è presente anche il nemico. Come nel manifesto di Capranesi dove l’Italia, con tanto di scudo e corazza romani affronta il barbaro invasore.
Queste immagini interpellavano gli italiani non soltanto dai muri delle città, ma durante le attività quotidiane quando capitava spesso di imbattersi in opuscoli, cartoline illustrate, manifestini collocati in spazi privati e pubblici e su tutti i mezzi di trasporto.
Oggi anche nei paesi in cui guerre guerreggiate non sono presenti rimane la necessità dei governi di fare ricorso a prestiti fiduciari che sono promossi con strategie che si declinano ancora sull’equilibrio tra motivazioni razionali e utilitarie, da una lato, e simboliche ed emotive, dall’altro.
Il Rapporto Symbola dimostra che con la cultura si mangia, adesso dobbiamo convincere che non solo si mangia, ma si vive meglio. Il sistema produttivo culturale e creativo (SPCC) italiano produce oltre 92 miliardi di valore aggiunto e ne muove 255,5. Il 16,6% del PIL. Gli occupati salgono a 1.520.000.
Il Sistema Produttivo Culturale e Creativo ha un effetto moltiplicatore sul resto dell’economia pari a 1,8. Ovvero per ogni euro prodotto dal SPCC se ne attivano 1,8 in altri settori. Quindi i 92 miliardi ne ‘stimolano’ altri 163, arrivando ai 255,5 miliardi complessivamente generati dall’intera filiera culturale e creativa. Il turismo è il principale beneficiario di questo “effetto volano”. Più di un terzo della spesa turistica nazionale, esattamente il 38,1%, è attivata proprio dalla cultura e dalla creatività.
A livello internazionale si discute da anni su quali settori inserire all’interno del SPCC. Nel rapporto Symbola sono inserite tutte quelle attività economiche che producono beni e servizi culturali, ma anche quelle che non producono beni o servizi strettamente culturali, ma che utilizzano la cultura come input per accrescere il valore simbolico dei prodotti, quindi la loro competitività, che nello studio è definita creative-driven. Il sistema produttivo culturale si articola in 5 macro settori: industrie creative (architettura e design; comunicazione), industrie culturali propriamente dette (cinema, radio, tv; editoria e stampa; videogiochi e software; musica), patrimonio storico-artistico (musei; biblioteche; archivi; siti archeologici e monumenti storici), performing arts e arti visive. Ai quattro settori che formano il core cultura si aggiungono le imprese creative-driven, non direttamente riconducibili al settore ma che impiegano in maniera strutturale professioni culturali e creative, come la manifattura evoluta e l’artigianato artistico. Si sostiene infatti che settori quali il mobile o la nautica non potrebbero rappresentare il made in Italy se non fossero fortemente correlati alle industrie del core culturale come, per esempio, il design.
Le filiere che producono il maggiore valore aggiunto sono le industrie culturali (33milioni di euro, 13 dei quali dalla editoria e 12 dai videogiochi e software) il settore creative driven (34milioni di valore aggiunto) e le industrie creative (13milioni, di cui 8,5 da architettura e design). In relazione alla occupazione i settori core cultura raggiungono i 940mila addetti (di cui 488mila industrie culturali e 260mila industrie creative). Il settore creative driven occupa 580mila addetti.
L’incidenza delle imprese del SPCC per province vede al primo posto Milano (11%) seguita da Roma (9,5%) Firenze e Trieste (9,3%) Monza-Brianza (8,8%) Bologna (8,7%) Como (8,6%) Lecco (8,2%). La distribuzione delle imprese del core cultura per regioni vede al primo posto Lombardia con 61mila imprese (di cui 30mila industrie creative) seguita da Lazio 41mila, Veneto 23mila e tra i 21 e 22mila Campania, Emilia-Romagna e Piemonte.
Questi dati sono significativi da contrapporre a chi sostiene che la cultura, in senso generale, è un ambito parassitario della società che non produce ricchezza e che drena risorse pubbliche.
E’ importante continuare a ribadire che il SPCC produce ricchezza e lavoro, anche se una volta acquisita questa consapevolezza è necessario andare oltre. E’ ciò che ho sostenuto a una delle presentazioni del Rapporto. Accanto al peso economico è, infatti, importante individuare il valore aggiunto sociale e culturale indotto dalla produzione di queste imprese.
Specialmente in relazione ad alcuni settori del core cultura, come quelli del patrimonio storico-artistico e delle performing arts, che hanno un peso simbolico molto più elevato del valore economico che apportano, dovremo innovare, almeno parzialmente, la metodologia di ricerca e il contenuto dell’analisi.
E’ necessario infatti arricchire le aree di ricerca tradizionali, che definirei incentrate sull’input, con analisi che si concentrino sull’output. Dal punto di vista della metodologia è necessario innovare le fonti e la tipologia di dati statistici utilizzati. Alle fonti tradizionali di carattere prevalentemente amministrativo è necessario affiancare i big data che fanno riferimento alla fruizione dei prodotti del SPCC e che si ricavano dalla rete e dalle modalità di utilizzo dei media digitali Dal punto di vista
dell’arricchimento del contenuto della ricerca, come suggerito anche nella premessa del Rapporto, è significativo approfondire il valore sociale e culturale creato dall’impatto dei consumi culturali sugli stili di vita degli individui, sul contesto urbano in cui tali consumi si concentrano, sulla capacità di costruire relazioni sociali più intense, sulla stimolazione di un senso di comunità partecipato e inclusivo.
Non è sufficiente dimostrare che con la cultura si mangia, dobbiamo convincere anche che con la cultura si vive meglio. E porre in atto politiche che incrementino il pubblico dei fruitori di prodotti culturali.
“The exponential explosion of publicly available information is changing the global intelligence system … It’s changing how we tool, how we organize, how we institutionalize—everything we do.” This is what a former high-level intelligence official told us back in the summer of 2016, explaining how the people who collect secrets—professional spies—were adjusting to a world increasingly without secrets.
WhatsApp facilita l’espressione delle opinioni politiche rispetto a piattaforme sociali quali Facebook e Twitter, dove prevale una forma di autocensura. Specialmente da parte di chi è più informato, dei giovani e di chi ha opinioni estreme. Di questi comportamenti e delle implicazioni per la qualità del dibattito politico contemporaneo ne parliamo con Augusto Valeriani, docente all’Università di Bologna. Valeriani ha pubblicato su Information Communication & Society con Cristian Vaccari, docente alla Loughborough University, il saggio “Political talk on mobile instant messaging services: a comparative analysis of Germany, Italy, and the UK”.
In questo testo sono raccolti i risultati di una ricerca comparata su come le persone parlano di politica sui servizi di messaggistica istantanea quali WhatsApp, Messenger o Snapchat.
Quali sono le caratteristiche principali dei servizi di messaggistica istantanea come WhatsApp e in che cosa l’esperienza di questi servizi si differenza da quella dei social media come Facebook?
Tutti gli studi che si sono concentrati sugli utilizzi che le persone fanno di questi servizi e sulle percezioni che gli utenti hanno di questi ambienti hanno evidenziato che i mobile instant messaging service (che chiamiamo per brevità MIMS) come WhatsApp e Messenger sono considerati dai loro utilizzatori spazi più privati e protetti rispetto ai social media come Facebook, Twitter o Instagram. I social media sono piattaforme digitali in cui gli utenti sperimentano quello che è stato definito il “collasso dei contesti sociali”, perché devono gestire la propria immagine—il proprio self se vogliamo usare un termine maggiormente sociologico—in un ambiente relazionale in cui si incontrano simultaneamente con tutta la loro rete sociale digitale. I MIMS al contrario consentono di ricreare separazioni, “small boxes” per dirla con Barry Wellman, tra le molteplici dimensioni pubbliche e private del self. Per questo vengono percepiti come un’alternativa alla modalità di comunicazione broadcast che caratterizza Facebook o Twitter e che può potare alcuni utenti dei social media a rinunciare a pubblicare alcuni contenuti.
Quanto è diffusa la conversazione politica tra gli utenti di questi servizi?
Lo studio condotto da Cristian Vaccari e da me è realizzato attraverso survey online (questionari autocompilati attraverso supporti digitali) con campioni rappresentativi degli utenti di internet in Italia, Gran Bretagna e Germania. Dall’analisi dei dati emerge che l’83% dei nostri intervistati italiani utilizza i servizi MIMS e tra questi il 28% pubblica contenuti politici su queste piattaforme, allo stesso modo il 27% ha utilizzato questi servizi per intrattenere conversazioni politiche. Sono invece utenti MIMS il 55.4% degli intervistati inglesi e il 38% di questi pubblica messaggi politici, mentre il 33% discute di politica attraverso questi servizi. Infine il 62% dei tedeschi utilizza i MIMS e il 22% pubblica contenuti politici mentre il 25% discute di politica utilizzando queste piattaforme. Quello che emerge insomma è che mentre esistono differenze nella diffusione di WhatsApp e simili nei tre paesi, percentuali piuttosto alte (almeno un utente su quattro) e tendenzialmente comparabili di utenti utilizzano questi servizi per compiere azioni espressive di natura politica.
La nostra analisi ha anche rivelato che tra coloro che usano i MIMS e sono anche utenti dei social media il 51% dei tedeschi, il 51% degli inglesi, e il 43% degli italiani che hanno dichiarato di aver pubblicato messaggi di natura politica sui servizi di messaggistica istantanea non ha mai pubblicato contenuti politici su Facebook, Twitter o altre piattaforme social media. Similmente il 29% dei tedeschi, il 33% degli inglesi, e il 34% degli italiani che chattano di politica sui MIMS non si sono mai addentrati in conversazioni politiche sui social media. A nostro avviso questi dati sono estremamente interessanti perché mostrano che i servizi di messaggistica istantanea non rappresentano soltanto un’ulteriore arena di conversazione per quegli utenti dei social media che amano esporsi ed ingaggiarsi in conversazioni politiche sui social media, ma offrono anche spazio per l’engagement politico digitale a cittadini che, pur essendo utenti dei social media, per qualche ragione preferiscono evitare di esternare le loro opinioni politiche su Facebook, Instagram o simili.
Che profilo hanno dunque gli utenti che più degli altri tendono ad utilizzare i MIMS per attività espressive di natura politica?
Per rispondere a questa domanda abbiamo costruito modelli di analisi multivariata che includevano variabili (caratteristiche dei nostri intervistati) socio-demografiche, relative agli atteggiamenti politici, alle diete informative e all’uso dei media digitali. Queste analisi ci hanno restituito risultati decisamente interessanti. Da una parte è emerso che coloro che sono più informati e più attivi nella conversazione politica in generale più facilmente utilizzano anche i MIMS per scopi politici, suggerendo che questi servizi rappresentano una nuova opportunità di continuare la conversazione politica per chi è già attivo. Dall’altra però abbiamo visto come i giovani e coloro che hanno un titolo di studio più basso abbiano più probabilità degli altri (a parità di altre condizioni) di utilizzare i MIMS per la conversazione politica. Considerando che generalmente queste due caratteristiche non sono associate ad un particolare coinvolgimento nel dialogo politico, sembrerebbe che questi ambienti possano favorire l’espressione politica non solo tra i soliti noti ma anche tra new comers. In ogni caso riteniamo che i risultati più interessanti riguardino il fatto che coloro che dichiarano di essersi trovati almeno una volta nella situazione di non pubblicare un messaggio politico sui social media per paura di esporsi troppo risultano essere più propensi degli altri utenti a pubblicare contenuti politici e a discutere di politica sui MIMS. Questo conferma l’idea come la natura più intima delle piattaforme di messaggistica istantanea offra un’opportunità di espressione politica digitale ad utenti che non sono del tutto a loro agio nella situazione di collasso dei contesti che caratterizza i social media. Similmente i nostri modelli mostrano che gli intervistati che dichiarano di identificarsi in posizioni ideologiche estreme (estrema destra o estrema sinistra) sono più propensi a pubblicare contenuti politici sui MIMS degli altri. Per quei cittadini che si riconoscono in idee politiche minoritarie (come accade per coloro che si autocollocano agli estremi dello spettro ideologico) i servizi di instant messaging offrono dunque luoghi protetti dove far circolare contenuti che potrebbero essere criticati, stigmatizzati, o anche sanzionati in alcuni casi (ad esempio quando contengono hate speech, razzismo etc.) se pubblicati sui social media.
Esiste una differenza tra i comportamenti in questi tre paesi?
Avevamo ipotizzato che non soltanto variabili individuali potessero spiegare una propensione ad usare i MIMS per la conversazione e l’espressione politica, ma che anche differenze di natura sistemica possano contare. In questo senso ritenevamo che aspetti collegati alla cultura politica potessero essere rilevanti. Date le caratteristiche dei servizi di messaggistica istantanea di cui dicevo prima ci aspettavamo dunque una maggior propensione all’utilizzo dei MIMS per l’espressione politica laddove, a livello sistemico, esista una maggior difficoltà rispetto all’espressione di opinioni politiche in ambito pubblico e dove ci sia una maggiore sensibilità rispetto alla privacy, anche per quanto riguarda gli orientamenti politici. In questo senso molti studi hanno evidenziato come ancora oggi, nelle aree della ex Germania Est, a seguito del famigerato regime di sorveglianza che caratterizzava il paese durante la guerra fredda, si sia mantenuta una cultura politica caratterizzata da un marcato disagio nel discutere di questioni politiche al di fuori dell’ambito privato. Le nostre analisi hanno confermato questa nostra ipotesi mostrando che, a parità di altre condizioni, tra i nostri intervistati tedeschi che si autocensurano sui social media, coloro che sono residenti in aree della ex Germania Est sono più propensi a utilizzare i servizi di messaggistica istantanea per pubblicare contenuti politici dei loro connazionali che risiedono nelle aree della ex Germania Federale. Dunque la diversa natura dei differenti ambienti digitali può favorire o scoraggiare l’espressione politica non solo sulla base di differenze individuali ma anche rispetto a variabili sistemiche, come ad esempio la cultura politica che caratterizza un paese o un’area.
Quali sono le implicazioni per la qualità del dibattito politico contemporaneo?
Riteniamo che i risultati della nostra ricerca abbiano implicazioni ambivalenti per la qualità del dibattito politico all’interno dei sistemi mediali contemporanei. Da una parte è emerso come i servizi di messaggistica istantanea come WhatsApp offrano la possibilità di esprimere le proprie idee politiche in ambienti digitali intimi e controllati anche a cittadini che non si sentono completamente a proprio agio nell’esternare le loro opinioni politiche di fronte al proprio intero e indifferenziato network di relazioni digitali. Questo può incoraggiare un maggior numero (e una più varia tipologia) di cittadini a parlare di politica e a scambiare contenuti politici attraverso internet, potenzialmente aumentando le competenze, le conoscenze e la partecipazione politica di questi cittadini. All’opposto però, discutendo di politica in ambienti così privati e controllati, gli utenti dei MIMS possono finire per auto-intrappolarsi in piccole bolle esclusive dove si confrontano soltanto con persone molto vicine a loro e dunque assai facilmente con posizioni politiche vicine alle loro, magari anche estreme (come mostrano i nostri risultati relativi all’estremismo politico). Se questo dovesse significare una riduzione delle possibilità di confronto politico con i nostri contatti con cui abbiamo legami meno prossimi a vantaggio di scambi soltanto con i nostri contatti più prossimi allora questo potrebbe anche avere implicazioni negative per la qualità della dibattito politico e della partecipazione.
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