Il Rapporto Symbola dimostra che con la cultura si mangia, adesso dobbiamo convincere che non solo si mangia, ma si vive meglio. Il sistema produttivo culturale e creativo (SPCC) italiano produce oltre 92 miliardi di valore aggiunto e ne muove 255,5. Il 16,6% del PIL. Gli occupati salgono a 1.520.000.

Questi dati sono contenuti nel Rapporto 2018 “Io sono cultura – l’Italia della qualità e della bellezza sfida la crisi”, elaborato da Fondazione Symbola e Unioncamere. E’ lo studio che con merito da otto anni quantifica il peso della cultura e della creatività nell’economia nazionale.

Il Sistema Produttivo Culturale e Creativo ha un effetto moltiplicatore sul resto dell’economia pari a 1,8. Ovvero per ogni euro prodotto dal SPCC se ne attivano 1,8 in altri settori. Quindi i 92 miliardi ne ‘stimolano’ altri 163, arrivando ai 255,5 miliardi complessivamente generati dall’intera filiera culturale e creativa. Il turismo è il principale beneficiario di questo “effetto volano”. Più di un terzo della spesa turistica nazionale, esattamente il 38,1%, è attivata proprio dalla cultura e dalla creatività.

A livello internazionale si discute da anni su quali settori inserire all’interno del SPCC. Nel rapporto Symbola sono inserite tutte quelle attività economiche che producono beni e servizi culturali, ma anche quelle che non producono beni o servizi strettamente culturali, ma che utilizzano la cultura come input per accrescere il valore simbolico dei prodotti, quindi la loro competitività, che nello studio è definita creative-driven. Il sistema produttivo culturale si articola in 5 macro settori: industrie creative (architettura e design; comunicazione), industrie culturali propriamente dette (cinema, radio, tv; editoria e stampa; videogiochi e software; musica), patrimonio storico-artistico (musei; biblioteche; archivi; siti archeologici e monumenti storici), performing arts e arti visive. Ai quattro settori che formano il core cultura si aggiungono le imprese creative-driven, non direttamente riconducibili al settore ma che impiegano in maniera strutturale professioni culturali e creative, come la manifattura evoluta e l’artigianato artistico. Si sostiene infatti che settori quali il mobile o la nautica non potrebbero rappresentare il made in Italy se non fossero fortemente correlati alle industrie del core culturale come, per esempio, il design.

Le filiere che producono il maggiore valore aggiunto sono le industrie culturali (33milioni di euro, 13 dei quali dalla editoria e 12 dai videogiochi e software) il settore creative driven (34milioni di valore aggiunto) e le industrie creative (13milioni, di cui 8,5 da architettura e design). In relazione alla occupazione i settori core cultura raggiungono i 940mila addetti (di cui 488mila industrie culturali e 260mila industrie creative). Il settore creative driven occupa 580mila addetti.

L’incidenza delle imprese del SPCC per province vede al primo posto Milano (11%) seguita da Roma (9,5%) Firenze e Trieste (9,3%) Monza-Brianza (8,8%) Bologna (8,7%) Como (8,6%) Lecco (8,2%). La distribuzione delle imprese del core cultura per regioni vede al primo posto Lombardia con 61mila imprese (di cui 30mila industrie creative) seguita da Lazio 41mila, Veneto 23mila e tra i 21 e 22mila Campania, Emilia-Romagna e Piemonte.

Questi dati sono significativi da contrapporre a chi sostiene che la cultura, in senso generale, è un ambito parassitario della società che non produce ricchezza e che drena risorse pubbliche.

E’ importante continuare a ribadire che il SPCC produce ricchezza e lavoro, anche se una volta acquisita questa consapevolezza è necessario andare oltre. E’ ciò che ho sostenuto a una delle presentazioni del Rapporto. Accanto al peso economico è, infatti, importante individuare il valore aggiunto sociale e culturale indotto dalla produzione di queste imprese.

Specialmente in relazione ad alcuni settori del core cultura, come quelli del patrimonio storico-artistico e delle performing arts, che hanno un peso simbolico molto più elevato del valore economico che apportano, dovremo innovare, almeno parzialmente, la metodologia di ricerca e il contenuto dell’analisi.

E’ necessario infatti arricchire le aree di ricerca tradizionali, che definirei incentrate sull’input, con analisi che si concentrino sull’output. Dal punto di vista della metodologia è necessario innovare le fonti e la tipologia di dati statistici utilizzati. Alle fonti tradizionali di carattere prevalentemente amministrativo è necessario affiancare i big data che fanno riferimento alla fruizione dei prodotti del SPCC e che si ricavano dalla rete e dalle modalità di utilizzo dei media digitali Dal punto di vista

dell’arricchimento del contenuto della ricerca, come suggerito anche nella premessa del Rapporto, è significativo approfondire il valore sociale e culturale creato dall’impatto dei consumi culturali sugli stili di vita degli individui, sul contesto urbano in cui tali consumi si concentrano, sulla capacità di costruire relazioni sociali più intense, sulla stimolazione di un senso di comunità partecipato e inclusivo.

Non è sufficiente dimostrare che con la cultura si mangia, dobbiamo convincere anche che con la cultura si vive meglio. E porre in atto politiche che incrementino il pubblico dei fruitori di prodotti culturali.