Gli stati fanno debiti e ai cittadini domandano prestiti. Anche cento anni fa. Le guerre costano. Prima dello scoppio, per persuadere i cittadini all’intervento. Durante, per sostenere le spese belliche. Alla fine, per ricostruire ciò che è stato distrutto.

Del marketing della guerra preventivo abbiamo già parlato su questo blog.

La mostra Guerra illustrata, guerra vissuta. La Grande Guerra a Bologna tra storia e memoria, allestita al Museo civico del Risorgimento di Bologna, presenta una raccolta di manifesti di propaganda dei prestiti nazionali.

Come detto, la guerra costa. Nella Prima Guerra Mondiale l’emissione dei prestiti si è cadenzata sulle fasi principali. La prima emissione, allo scoppio nel 1914, contava sull’entusiasmo interventista ancora caldo. Ne seguirono altre due nel 1915 e nel 1917, quando la disfatta di Caporetto mise in forse l’esito della guerra e costringeva a rimotivare gli italiani. Un prestito ulteriore è stato richiesto al termine del conflitto per finanziare la ricostruzione. La campagna di persuasione di massa non è stata né improvvisata né ingenua o poco professionale. Al contrario, il governo pianificò, utilizzando le migliori e più aggiornate tecniche di marketing già applicate ai prodotti commerciali, massicce campagne di propaganda con al centro la pubblicità. I muri delle città vennero tappezzati, come mai prima, di manifesti che individuavano ciascuno un target specifico. Le donne, nel duplice ruolo di madri, mogli, sorelle, cognate degli uomini al fronte e di responsabili dell’economia domestica. I bambini e le bambine che dovevano imparare fin da giovani a fare piccoli sacrifici per la Patria. Il restante della popolazione che doveva adattarsi a vivere anch’esso al fronte, più interno rispetto alla prima linea, ma non meno strategico par raggiungere la vittoria finale.

Gli argomenti sviluppati in tutte le campagne facevano riferimento a due motivazioni.

Una razionale e utilitaria che rispondeva alla promessa garantita dallo Stato: Prestito Nazionale in Rendita Consolidata al 5% netto.

L’altra emotiva, passionale, simbolica dove, con immagini suggestive e frasi roboanti, si creava una vera e propria estetica della persuasione a donare. Eroe positivo è il fante che, come nel manifesto del 1917 di Achille Luciano Mauzan, esce dalla trincea con il fucile in una mano, lo sguardo e l’indice sinistro dell’altra mano rivolto a noi, mentre ci dice Fate tutti il vostro dovere. Ognuno nel fronte interno vede in quel fante il proprio caro al fronte e quindi quella frase diventa un imperativo morale. E’ una immagine ricorrente nella motivazione bellica dall’inglese Your country needs You, allo zio Sam statunitense di James Flagg I want you for the U.S. Army. Un altro attore positivo e centrale nella strategia di persuasione emotiva è la presenza allegorica dell’Italia. Ancora Mauzan la pone al centro, con l’ala a sinistra e la bandiera a destra, mentre brandisce la spada. Nella parte inferiore del manifesto mani, che rimandano ai vari ceti sociali, che sottoscrivono il giuramento alla patria: e nostro torni quel che fu già nostro. Un’altra presenza coinvolgente nei manifesti è l’infanzia. Bambine e bambini cui si chiede di rompere il salvadanaio per la vittoria. Oppure visi di fanciulli disperati che ti guardano pronunciando una frase che agisce come un impegno morale ineludibile: Nostro padre ha dato la vita, voi non negherete il denaro. Sottoscrivete. A volte soltanto evocato, a volte rappresentato con parole o immagini è presente anche il nemico. Come nel manifesto di Capranesi dove l’Italia, con tanto di scudo e corazza romani affronta il barbaro invasore.

Queste immagini interpellavano gli italiani non soltanto dai muri delle città, ma durante le attività quotidiane quando capitava spesso di imbattersi in opuscoli, cartoline illustrate, manifestini collocati in spazi privati e pubblici e su tutti i mezzi di trasporto.

Oggi anche nei paesi in cui guerre guerreggiate non sono presenti rimane la necessità dei governi di fare ricorso a prestiti fiduciari che sono promossi con strategie che si declinano ancora sull’equilibrio tra motivazioni razionali e utilitarie, da una lato, e simboliche ed emotive, dall’altro.