Perché costituire fondi fotografici d’impresa? Che fare di queste foto? Come renderle pubbliche? Questi temi sono stati approfonditi nell’incontro “Patrimonio industriale: fabbrica, società, territorio” tenuto al Museo del Patrimonio Industriale di Bologna. Si è parlato di fondi fotografici storici che hanno a soggetto l’impresa. Sono stati presentati fondi di grande valore da parte di soggetti pubblici e privati. L’archivio fotografico del Museo del Patrimonio Industriale di Bologna, illustrato dalla direttrice Maura Grandi, copre un secolo di storia della prima scuola tecnica italiana, “Aldini-Valeriani”, e possiede foto di uno dei primi studi cittadini attivi nel campo della fotografia pubblicitaria.

Lo studio Villani di Bologna è stato il più importante atelier fotografico italiano del xx secolo tra industria, arte, storia. Come illustrato da Tito Menziani (Università di Bologna) sono foto industriali che hanno stabilito all’epoca un canone scenografico poi condiviso da altri. Si tratta di foto impostate visibilmente influenzate dalla motivazione della committenza. Ecco perché gli interni delle fabbriche sono ordinati, puliti con operai in posa che indossano grembiuli di lavoro candidi. L’archivio Storico fotografico AEM, presentato dal responsabile scientifico Fondazione AEM Fabrizio Trisoglio, illustra, a partire dall’inizio del ‘900 fino ai giorni nostri, la nascita e lo sviluppo dell’azienda elettrica municipalizzata e i cambiamenti storico-economici, sociali e politici della città di Milano. Caterina Ghelfi, responsabile del Gelato Museum Carpigiani, suddivide le foto dell’Archivio Storico in quattro categorie. Scene di consumo di gelato, immagini delle fiere di gelato nel mondo, foto tecniche di macchine per gelato e foto storiche del primo stabilimento.
La Ducati, presentata dal curatore del Museo Livio Lodi, utilizza il proprio patrimonio fotografico sia per illustrare la storia del marchio sul sito sia come valore aggiunto per incrementare il senso di appartenenza dei “ducatisti” al brand. Il sindacato Fiom di Bologna utilizza, a parere di Gianni Bortolini, il proprio patrimonio fotografico per illustrare i 115 anni della propria storia e come documentazione delle lotte operaie nel territorio. In questo caso il soggetto del fondo fotografico si allarga dalla impresa alle tematiche del lavoro nella sua complessità.

Dal dibattito è infatti emerso che attorno ai fondi fotografici delle imprese, o che hanno a soggetto imprese, l’universo rappresentato si dilata sempre al di fuori della singola fabbrica. Questa documentazione fotografica si propone quindi anche come testimonianza dei passaggi storici dello sviluppo economico di un territorio e delle sue dinamiche. In questo contesto le chiavi di lettura offerte dal documento fotografico sono molteplici: dal lavoro alla produzione, dal luogo di fabbrica al suo impatto sul territorio, dall’evoluzione degli stili di consumo e di vita alle tensioni sociali.

La riflessione sugli archivi storici fotografici si inserisce, ovviamente, anche all’interno del dibattito sul mutato ruolo della fotografia. Questi archivi storici fanno infatti riferimento a un’epoca in cui la fotografia non aveva la diffusione pervasiva odierna. I singoli scatti contenuti negli archivi hanno, proprio perché “rari”, un significato documentario e di fonte di ricerca diverso da quella delle foto attuali. Fino a che punto si può ipotizzare che la facilità di scattare foto e farle circolare nella rete in un flusso pressoché continuo si accompagna a una perdita progressiva di significato dei singoli fotogrammi? E che conseguenze questo fenomeno ha sul senso delle immagini degli archivi storici?

Un altro tema importante è il rapporto tra il contenitore e il contenuto che incide sulla percezione delle collezioni. In alcuni casi gli archivi sono collocati all’interno della sede storica dell’impresa, magari ristrutturata, di cui documentano la storia. In altri casi sono all’interno della struttura museale dell’impresa stessa. Vi sono poi archivi collocati all’interno di istituzioni che non hanno a che fare direttamente con l’impresa in quanto collezionano foto come parte della propria missione di conservazione di documenti, come nel caso di musei pubblici e fondazioni.

Comune a tutte le istituzioni pubbliche e private che possiedono archivi storici fotografici di impresa è la necessità di presentare le collezioni al pubblico. Eloisa Betti (Università di Bologna) e Carlo De Maria (Università di Bologna e presidente Associazione Clionet) hanno collocato questa necessità all’interno della Public History, che si pone l’obiettivo di generare e diffondere il sapere storico presso i pubblici più diversi, servendosi di qualsiasi medium a disposizione. Oggi i modi attraverso i quali si sperimenta la conoscenza, possibilmente coinvolgente e partecipata, del patrimonio fotografico storico di impresa si stanno effettivamente ampliando. E’ una attività di divulgazione che avviene attraverso mostre temporanee, collezioni permanenti, festival. Ma anche libri, giornali, riviste, siti internet, blog, ebook, trasmissioni radio e televisive.

Da ultimo è importante ribadire il ruolo dei musei pubblici che, come quello di Bologna, hanno una importante documentazione materiale sul patrimonio industriale del territorio. Proprio perché sono istituzioni che hanno materiali che fanno riferimento a varie imprese e non sono quindi legati a singoli interessi, possono rappresentare lo spazio di discussione, approfondimento, ricerca e divulgazione comune a tutti coloro che sono interessati alla conoscenza del patrimonio industriale come componente identitaria significativa di un territorio.