Contenuti di migliore qualità e più informazioni a pagamento. Meno utilizzo dei social a favore di WhatsApp per veicolare informazioni. Stabile, al 44%, la fiducia nell’informazione.
Questi alcuni dei risultati della ricerca sul consumo di informazione in 37 paesi commissionata dal Reuters Institute for the Study of Journalism.
Alcune imprese giornalistiche per uscire dalla crisi del settore iniziano a offrire contenuti di migliore qualità e scommettono sulla informazione a pagamento. In Italia interessa l’11% con un incremento annuale del 2%, in arretrato sulla maggioranza degli altri paesi. E’ un processo lento e incerto che si trova alla congiunzione tra editori che devono reinventarsi il proprio modello di business e lettori che cominciano ad avere sospetti sulla positività della scorpacciata di informazione social degli ultimi anni.
L’utilizzo dei social media per informarsi è infatti diminuito del 6% negli Usa, del 3% in Italia, Francia e Inghilterra. Questo fenomeno è causato dal declino dell’utilizzo di Facebook nello scoprire, postare e condividere informazione. Diminuzione del 9% negli Usa; 5% Danimarca, Argentina, Brasile. La proporzione di chi usa Facebook per informarsi in Italia è ancora piuttosto alta (51%). In Germaia, Inghilterra e Usa rispettivamente al 24, 27, 39%. A questo declino corrisponde un incremento nell’utilizzo di WhatsApp, maggiore in paesi quali Malaysia (54%) Brasile (48%) Spagna (36%). In Italia il fenomeno è ancora ristretto al 13% con un incremento del 2%. Il passaggio alla messaggistica indica la ricerca di spazi e canali più privati e riservati.
In Italia la scelta delle fonti di informazione in questi tre anni ha visto l’online passare dall’83 all’84% (al suo interno i social media dal 49 al 53%). La televisione dal 76 al 68%. La stampa scritta è invece drammaticamente scesa dal 50 al 37%.
La fiducia nell’informazione in generale è nel mondo al 44%, in Italia al 42, con un incremento del 3%. La fiducia nella informazione “che io utilizzo” è al 51%, in Italia al 48%. Nella informazione “che ricerco” al 34%, in Italia al 37 e quella nella informazione social al 22%, stessa percentuale in Italia.
La fiducia nella informazione è influenzata dal tema delle fake news, da un lato, e dai tentativi, spesso riusciti, di controllo politico, dall’altro. Non a caso il 54% del campione è preoccupato della relazione ambigua tra reale e fake in internet: l’85% in Brasile, il 69% in Spagna, il 64% negli Usa. In quest’ultimo paese l’effetto Trump ha determinato un fenomeno interessante: la fiducia dei democratici nella informazione in generale in tre anni è aumentata dal 34 al 49%; quella dei repubblicani, già bassa al 23%, si è ridotta al 17%. In Germania e Olanda, dove il dibattito sull’utilizzo di fake news nella campagna elettorale è stato marginale, la percentuale di chi è preoccupato della relazione tra realtà e fake in internet è bassa, rispettivamente al 37 e 30%.
Siamo in un periodo di passaggio che interessa il mondo dei media, la politica e i fruitori della informazione. Le imprese editoriali cercano con fatica un nuovo modello di business basato sulla informazione a pagamento che, per essere allettante, deve incrementare la qualità giornalistica. I fruitori di informazione stanno abbandonando quella cartacea, che sopravviverà come nicchia di mercato, e si rivolgono a quella in rete con un atteggiamento apparentemente contradditorio. Al maggiore consumo di informazione non corrisponde infatti un incremento di fiducia nelle fonti, che rimane basso. Il tentativo di abbandonare i social per veicolare l’informazione nella messaggistica è invece indice di una ricerca di maggiore riservatezza. I politici, nei paesi in cui, come in Italia, prevale la logica della campagna permanente sono oggettivamente e spesso soggettivamente degli inquinatori della informazione attraverso forzature social e paiono poco interessati al propagarsi di fake news e alle conseguenze sui processi decisionali democratici.